Accanto alla parte clinica del lavoro che sto facendo c'è la parte di formazione del personale locale e quella della raccolta dati.
Sono due componenti fondamentali del lavoro del cooperante in campo sanitario dalle quali non si puo' prescindere. L'attività clinica isolata, infatti, rappresenta un aiuto verticale, calato dall'alto, per forza di cose limitato nel tempo, nella durata del progetto. Se, però, ad essa si affianca un'attività di formazione del personale sanitario locale ecco che l'impatto sul sistema diventa più duraturo e sostenibile. Si tratta, in pratica, di agire nell'ottica del rafforzamento dei sistemi sanitari locali e non di mettere in atto un programma, magari ben visibile agli occhi dei donatori e perfettamente funzionanate, ma sempre fine a sè stesso, privo di una sostenibilità dal lato della controparte locale.
Il progetto verticale, chiamiamolo così, è quello che utilizza in gran parte risorse umane espatriate, si occupa di un problema limitato, la malaria, la tubercolosi, ecc., e che interagisce con le autorità locali solo nell' atto di ottenere l'autorizzazione ad operare. Attuare un intervento di questo tipo è più semplice e per questo l'Africa è piena di progetti con queste caratteristiche.
Proprio in questa stessa ottica anche la raccolta dei dati diventa fondamentale al fine di poter attuare un confronto tra prima e dopo l'intervento e di rendere possibile il monitoraggio dei risultati come sistema di valutazione dell'efficacia dell'intera macchina salute.
Comunque non voglio fare una lezione sulla cooperazione sanitaria ma solo un secondo calarvi nel contesto di quello che è successo oggi.
Ero appunto in un centro di salute, Nhaconjo, a fare una revisione delle cartelle cliniche con parallela raccolta dati. Il numero di cartelle è enorme e per tale ragione in queste attività si coinvolge tutto il personale sanitario che lavora nel centro. Si fa una piccola formazione e poi, di solito il Sabato quando il centro è chiuso, si passa all'azione. I vari infermieri, tecnici, farmacisti e ostetriche iniziano a scartabellare con le varie cartelle e a raccogliere dati su moduli da noi preparati. Tali dati sono preziosissimi e permettono di capire, grazie ai dati epidemiologici che da essi si estrapolano e ad indicatori scelti ad hoc, il reale funzionamento di determinati interventi.
Faccio un esempio. Una mamma sieropositiva puo' trasmettere l'HIV al bambino in tre momenti, la gravidanza, il parto e l'allattamento. Per tutti questi tre momenti c'è, oggi, un modo di ridurre la possibilità di infezione. In gravidanza si prendono dei farmaci per ridurre la carica virale, nel momento del parto si fa il cesareo ed una breve profilassi al bambino e l'allattamento materno viene semplicemente sostituito con quello artificiale. In questo modo, in Europa, una madre sieropositiva che mette alla luce un bebè ha una probabiltà bassissima di infettarlo, vicina allo 0. In Africa è chiaramente più complesso ed il problema maggiore è legato all'impossibilità di dare al piccolo solo latte artificiale. Nonostante questo seguendo con i farmaci la madre in gravidanza ed il momento del parto, e garantendo un allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi si è visto che la percentuale di trasmissione verticale si abbassa tantissimo, al 2% circa. Il dato, 2%, viene dato dall'OMS, si riferisce a contesti africani e dovrebbe essere quindi rispettato anche a Beira visto che i programmi di prevenzione della trasmissione verticale dell'HIV sono attivi e funzionanti nel pubblico, dunque senza limiti di accessibilità. Peccato che il dato sia rispettato secondo i dati governativi ma, stando a quello che abbiamo raccolto noi, la percentuale di trasmissione verticale si aggira sul 15%. E' una percentuale altissima se si pensa che la fetta di bambini infettati rappresenta un'intera popolazione di malati alla nascita, evitabile, e che mina pesantemente il futuro della società.
Mi sono un po' perso. Cerco di tornare alla giornata di oggi.
Chiaramente il personale sanitario locale non partecipa a tali momenti perchè crede nell'importanza della raccolta dati, o almeno solo una minimissima parte lo fa per questo motivo. Il vero incentivo è rappresentato dal fatto che viene dato un per diem, un compenso per il lavoro svolto, e viene offerto il pranzo ai partecipanti. Questo crea non pochi problemi. Il primo, parlo solo di questo perchè ha a che fare con quanto è capitato oggi, è che molta gente viene a lavorare solo per ritirare i soldi e poi non lavora ma fa solo finta. E quindi capita spesso che durante le formazioni ci sia un gruppetto che dorme, qualcuno che si infratta ed arriva solo al momento del pagamento ed altre cose simili. Sono episodi assolutamente comprensibili, fisiologici, che sono da mettere in conto quando, in questo contesto, si decide di lavorare in questa maniera.
Ma oggi si è superato il limite. E' arrivato a lavorare, ed io ero il supervisore, un tipo ubriaco che non solo è arrivato in ritardo e non ha fatto nulla ma ha anche disturbato tutti gli altri rendendo più difficile per tutti il lavoro. Io inizialmente gli ho solo chiesto di stare un po' più tranquillo ma poi, quando è arrivato il momento del pagamento, gli ho detto che non lo avrei pagato. Figuratevi, è scoppiato il finimondo, il tipo si è superincazzato e se ne andato bestemmiando ma soprattutto, cosa che non mi aspettavo, mi hanno dato addosso anche tutti gli altri che avevano lavorato. Portavano giustificazioni improbabili del tipo che comunque lui era venuto a lavorare un Sabato e quindi doveva essere pagato. Insomma mi sono inimicato tutto il centro di salute e forse non ne valeva la pena.
Ci sarebbero secondo me tutta una serie di cose da rivedere sul metodo del per diem ma non le dico che credo di avervi già scocciato abbastanza.
domenica 17 aprile 2011
lunedì 11 aprile 2011
Tofo
Giovedì scorso sono partito alla volta di Tofo. Qui era festa, Dia da Mulher mozambicana.
Tofo è a 830 km da Beira. Partenza alle 5.30 con le prime luci dell'alba ed arrivo alle 15.00...senza pause se non per fare benzina e cambiare guidatore. Eravamo in tre papabili guidatori ed abbiamo guidato tre ore a testa. Al ritorno io ho guidato per primo e, immancabile, è arrivata la multa per eccesso di velocità (73 Km/h con limite di 60!) che ormai prendo ogni volta che guido fuori dall'Italia e che mina la mia fama di prudente alla guida. (Da notare l'utilizzo di guida e derivati ben 7 volte in 5 righe, il Campiello è dietro l'angolo!!).
In pratica abbiamo percorso tutta la nazionale 1, la colonna vertebrale del Mozambico, da Nord a Sud. E' incredibile che una strada così stretta e piena di buche sia la principale via di comunicazione del paese. Comunque tutto il percorso si snoda in mezzo ad una natura assolutamente incontaminata, si attraversa qualche villaggio di capanne, un paio di paesotti un po' più grandi con mercati coloratissimi. Per ben due volte ci siamo trovati a dover rallentare per la presenza di macachi in mezzo alla strada. Ai lati della strada c'è sempre qualcuno che cammina, o entra o esce improvvisamente dal bush diretto chissà dove. Ai margini della rotabile (tributo al Sani che evita la ripetizione) i bambini vendono le cose più disparate, dal carbone ai mattoni, dai polli ancora vivi, che fanno svolazzare tra le loro mani appena sentono il rumore di un veicolo che si avvicina, all'antilope appena cacciata che penzola dall'albero.
Non vi descrivo il posto ma mi limito a postare le foto (pare Caparezza!).
Tutto era molto più maestoso di quanto non appaia nelle foto, i colori erano molto più accesi e gli spazi enormi. Non c'è una foto che possa descrivere il rumore che fa la sabbia di Tofo quando la si calpesta. Emette il suono di un paio di scarpe nuove sul parquet di una palestra, incredibile!
C'è una foto del mio letto, materasso con zanzariera in veranda. Che pace con i mille rumori della notte e le onde in lontananza. In compenso l'ultima notte le zanzare mi hanno divorato, se non prendo la malaria stavolta non la prendo più!
Metterò più foto, magari dove ci sia pure io, appena gli altri me le passano.
Sarebbe bello fare una settimana di svacco al mare tutti assieme. Gran cucina, serate gintonics, serenità.
Super brava Carlotta che è finita pure lei a Barna, megacomplimenti, alla fine giustizia è fatta. Un complimento anche a noi che l'abbiamo sopportata in certe seratine pre-MIR da brivido.
Ecco, si potrebbe fare una settimana a Formentera così anche la folta schiera di neocatalani ci potrà raggiungere.
En fin. Ecco le foto.
Tofo è a 830 km da Beira. Partenza alle 5.30 con le prime luci dell'alba ed arrivo alle 15.00...senza pause se non per fare benzina e cambiare guidatore. Eravamo in tre papabili guidatori ed abbiamo guidato tre ore a testa. Al ritorno io ho guidato per primo e, immancabile, è arrivata la multa per eccesso di velocità (73 Km/h con limite di 60!) che ormai prendo ogni volta che guido fuori dall'Italia e che mina la mia fama di prudente alla guida. (Da notare l'utilizzo di guida e derivati ben 7 volte in 5 righe, il Campiello è dietro l'angolo!!).
In pratica abbiamo percorso tutta la nazionale 1, la colonna vertebrale del Mozambico, da Nord a Sud. E' incredibile che una strada così stretta e piena di buche sia la principale via di comunicazione del paese. Comunque tutto il percorso si snoda in mezzo ad una natura assolutamente incontaminata, si attraversa qualche villaggio di capanne, un paio di paesotti un po' più grandi con mercati coloratissimi. Per ben due volte ci siamo trovati a dover rallentare per la presenza di macachi in mezzo alla strada. Ai lati della strada c'è sempre qualcuno che cammina, o entra o esce improvvisamente dal bush diretto chissà dove. Ai margini della rotabile (tributo al Sani che evita la ripetizione) i bambini vendono le cose più disparate, dal carbone ai mattoni, dai polli ancora vivi, che fanno svolazzare tra le loro mani appena sentono il rumore di un veicolo che si avvicina, all'antilope appena cacciata che penzola dall'albero.
Non vi descrivo il posto ma mi limito a postare le foto (pare Caparezza!).
Tutto era molto più maestoso di quanto non appaia nelle foto, i colori erano molto più accesi e gli spazi enormi. Non c'è una foto che possa descrivere il rumore che fa la sabbia di Tofo quando la si calpesta. Emette il suono di un paio di scarpe nuove sul parquet di una palestra, incredibile!
C'è una foto del mio letto, materasso con zanzariera in veranda. Che pace con i mille rumori della notte e le onde in lontananza. In compenso l'ultima notte le zanzare mi hanno divorato, se non prendo la malaria stavolta non la prendo più!
Metterò più foto, magari dove ci sia pure io, appena gli altri me le passano.
Sarebbe bello fare una settimana di svacco al mare tutti assieme. Gran cucina, serate gintonics, serenità.
Super brava Carlotta che è finita pure lei a Barna, megacomplimenti, alla fine giustizia è fatta. Un complimento anche a noi che l'abbiamo sopportata in certe seratine pre-MIR da brivido.
Ecco, si potrebbe fare una settimana a Formentera così anche la folta schiera di neocatalani ci potrà raggiungere.
En fin. Ecco le foto.
mercoledì 6 aprile 2011
Mazzacurati + Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Sabato scorso sono arrivati a Beira Carlo Mazzacurati e la sua troupe per girare un documentario sul lavoro che stiamo facendo qui. Mazzacurati è un regista abbastanza famoso, autore di film tipo "la lingua del santo"," la passione", "sei venezia" e "la ragazza del lago". Io non ho visto "sei venezia", che è, come suggerisce il nome, un documentario sulla città lagunare. Lo consiglio comunque a tutti, dev'essere molto interessante. E' la storia di Venezia raccontata attraverso la storia di 6 suoi abitanti, un ex-ladro, un bambino, una cameriera d'albergo, un pittore e poi non ricordo i due che mancano.
Tutto per dirvi di vederlo 'sto docu se avete una sera libera e sennò aspettatemi che lo vediamo insieme (Ange, ovviamente, lo ha già visto!).
Lasciando da parte i consigli cinematografici, torniamo alla visita del regista a Beira. Fin da subito ci dicono che dovranno riprenderci mentre lavoriamo e fin qui nessun problema. Poi aggiungono che dovranno farci delle interviste per infilare dei personaggi, le loro storie, sul documentario. Io, in quanto specializzando, speravo di non dover partecipare a questa parte; invece Lunedì sera scatta il blitz della troupe qui a casa. Arrivano, mi chiedono se sono pronto per fare due chiacchere con il regista ed iniziano ad invadere la mia stanza con luci, microfono, telecamere. Figuratevi l'imbarazzo. In stanza faceva un caldo impressionante, non si poteva accendere la ventola perchè faceva rumore, c'erano sei persone in 20 metri quadrati ed io avevo un'agitazione tale che alla fine dell'intervista, dopo una mezz'oretta in tutto, mi sono ritrovato con la maglia completamente sudata. Comunque, scendendo più nei particolari, mi fanno sedere in una certa posizione sul letto, mi dicono di mettere una maglietta scura e, finiti i pareci, con il Carlo si inizia a fare 'sta chiaccherata che lui porta avanti a suo piacimento. Non vi dico le banalità che ho sparato, ero completamente in palla e le rare volte che dicevo qualcosa di interessante il tipo mi diceva: "Ahn, bella sta cosa che hai detto. Adesso ridilla in modo tale che chi ti ascolta possa capire!". Insomma, una figuraccia.
Le domande che faceva del resto non erano proprio immediate, io avevo bisogno di elaborare le risposte ma ogni secondo che facevo passare in silenzio mi sembrava un secondo di silenzio di fronte ad un prof. che ti interroga e di fronte al quale sei impreparato e me ne uscivo quindi con le cose più scontate.
Questa vicenda dell'intervista mi ha fatto pensare un po'. Io a quelle domande non sapevo rispondere con sicurezza perchè non me le ero mai fatte! Ma non è che vada bene, erano domande intelligenti, e bisogna fare l'esercizio di porsele e dargli risposta. Domande tipo: perchè sei qui, perchè si sceglie di partire e lavorare lontano dagli affetti, qual'è la cosa che più ti impressiona del malato e così via.
In effetti io mi domando poco, mi interrogo poco su faccende emotivamente profonde e comunque in generale legate ai sentimenti. Ange me lo rinfaccia sempre ed ha ragione. Non lo faccio per pigrizia, semplicemente è una cosa che mi costa fatica. Preferisco il fare al pensare. E non va bene.
Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Questa parte vuole solo ricordare la mia pausa caffè di oggi in ospedale. All'una circa si beve un caffè con gli altri medici del reparto per fare una pausa. Oggi ero a bere Nescafè solubile e a mangiare pane e burro con due indiani, Kajal e Amir, una congolese, Belinda, una cubana, Norma ed una tedesca Annette. Un melting-pot di reparto. Si noti che:
- tutti si parlava tranquillamente di cinema holliwoodiano, l'unica che non sapeva nulla, mai visto neanche "il padrino", era la cubana, vittima dell'embargo;
- tutti avevano 1 o 0 (io) divinità alle quali credevano meno gli indiani, di fede induista (in realtà si sono poi tirati in qua dicendo che le loro divinità sono espressione di un unico Dio Supremo, Braham);
- tutti parlavano portoghese, meno la tedesca che crede di saperlo ma non ne viene fuori quando inizia una frase;
- tutti erano stati in Europa meno la congolese passata dal Congo al Mozambico, dalla padella alla brace.
Tutto per dirvi di vederlo 'sto docu se avete una sera libera e sennò aspettatemi che lo vediamo insieme (Ange, ovviamente, lo ha già visto!).
Lasciando da parte i consigli cinematografici, torniamo alla visita del regista a Beira. Fin da subito ci dicono che dovranno riprenderci mentre lavoriamo e fin qui nessun problema. Poi aggiungono che dovranno farci delle interviste per infilare dei personaggi, le loro storie, sul documentario. Io, in quanto specializzando, speravo di non dover partecipare a questa parte; invece Lunedì sera scatta il blitz della troupe qui a casa. Arrivano, mi chiedono se sono pronto per fare due chiacchere con il regista ed iniziano ad invadere la mia stanza con luci, microfono, telecamere. Figuratevi l'imbarazzo. In stanza faceva un caldo impressionante, non si poteva accendere la ventola perchè faceva rumore, c'erano sei persone in 20 metri quadrati ed io avevo un'agitazione tale che alla fine dell'intervista, dopo una mezz'oretta in tutto, mi sono ritrovato con la maglia completamente sudata. Comunque, scendendo più nei particolari, mi fanno sedere in una certa posizione sul letto, mi dicono di mettere una maglietta scura e, finiti i pareci, con il Carlo si inizia a fare 'sta chiaccherata che lui porta avanti a suo piacimento. Non vi dico le banalità che ho sparato, ero completamente in palla e le rare volte che dicevo qualcosa di interessante il tipo mi diceva: "Ahn, bella sta cosa che hai detto. Adesso ridilla in modo tale che chi ti ascolta possa capire!". Insomma, una figuraccia.
Le domande che faceva del resto non erano proprio immediate, io avevo bisogno di elaborare le risposte ma ogni secondo che facevo passare in silenzio mi sembrava un secondo di silenzio di fronte ad un prof. che ti interroga e di fronte al quale sei impreparato e me ne uscivo quindi con le cose più scontate.
Questa vicenda dell'intervista mi ha fatto pensare un po'. Io a quelle domande non sapevo rispondere con sicurezza perchè non me le ero mai fatte! Ma non è che vada bene, erano domande intelligenti, e bisogna fare l'esercizio di porsele e dargli risposta. Domande tipo: perchè sei qui, perchè si sceglie di partire e lavorare lontano dagli affetti, qual'è la cosa che più ti impressiona del malato e così via.
In effetti io mi domando poco, mi interrogo poco su faccende emotivamente profonde e comunque in generale legate ai sentimenti. Ange me lo rinfaccia sempre ed ha ragione. Non lo faccio per pigrizia, semplicemente è una cosa che mi costa fatica. Preferisco il fare al pensare. E non va bene.
| Relitto sulla spiaggia di Beira |
Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Questa parte vuole solo ricordare la mia pausa caffè di oggi in ospedale. All'una circa si beve un caffè con gli altri medici del reparto per fare una pausa. Oggi ero a bere Nescafè solubile e a mangiare pane e burro con due indiani, Kajal e Amir, una congolese, Belinda, una cubana, Norma ed una tedesca Annette. Un melting-pot di reparto. Si noti che:
- tutti si parlava tranquillamente di cinema holliwoodiano, l'unica che non sapeva nulla, mai visto neanche "il padrino", era la cubana, vittima dell'embargo;
- tutti avevano 1 o 0 (io) divinità alle quali credevano meno gli indiani, di fede induista (in realtà si sono poi tirati in qua dicendo che le loro divinità sono espressione di un unico Dio Supremo, Braham);
- tutti parlavano portoghese, meno la tedesca che crede di saperlo ma non ne viene fuori quando inizia una frase;
- tutti erano stati in Europa meno la congolese passata dal Congo al Mozambico, dalla padella alla brace.
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