domenica 17 aprile 2011

Formazioni con scazzi.

Accanto alla parte clinica del lavoro che sto facendo c'è la parte di formazione del personale locale e quella della raccolta dati.

Sono due componenti fondamentali del lavoro del cooperante in campo sanitario dalle quali non si puo' prescindere. L'attività clinica isolata, infatti, rappresenta un aiuto verticale, calato dall'alto, per forza di cose limitato nel tempo, nella durata del progetto. Se, però, ad essa si affianca un'attività di formazione del personale sanitario locale ecco che l'impatto sul sistema diventa più duraturo e sostenibile. Si tratta, in pratica, di agire nell'ottica del rafforzamento dei sistemi sanitari locali e non di mettere in atto un programma, magari ben visibile agli occhi dei donatori e perfettamente funzionanate, ma sempre fine a sè stesso, privo di una sostenibilità dal lato della controparte locale.
Il progetto verticale, chiamiamolo così, è quello che utilizza in gran parte risorse umane espatriate, si occupa di un problema limitato, la malaria, la tubercolosi, ecc., e che interagisce con le autorità locali solo nell' atto di ottenere l'autorizzazione ad operare. Attuare un intervento di questo tipo è più semplice e per questo l'Africa è piena di progetti con queste caratteristiche.
Proprio in questa stessa ottica anche la raccolta dei dati diventa fondamentale al fine di poter attuare un confronto tra prima e dopo l'intervento e di rendere possibile il monitoraggio dei risultati come sistema di valutazione dell'efficacia dell'intera macchina salute.
Comunque non voglio fare una lezione sulla cooperazione sanitaria ma solo un secondo calarvi nel contesto di quello che è successo oggi.

Ero appunto in un centro di salute, Nhaconjo, a fare una revisione delle cartelle cliniche con parallela raccolta dati. Il numero di cartelle è enorme e per tale ragione in queste attività si coinvolge tutto il personale sanitario che lavora nel centro. Si fa una piccola formazione e poi, di solito il Sabato quando il centro è chiuso, si passa all'azione. I vari infermieri, tecnici, farmacisti e ostetriche iniziano a scartabellare con le varie cartelle e a raccogliere dati su moduli da noi preparati. Tali dati sono preziosissimi e permettono di capire, grazie ai dati epidemiologici che da essi si estrapolano e ad indicatori scelti ad hoc, il reale funzionamento di determinati interventi.
Faccio un esempio. Una mamma sieropositiva puo' trasmettere l'HIV al bambino in tre momenti, la gravidanza, il parto e l'allattamento. Per tutti questi tre momenti c'è, oggi, un modo di ridurre la possibilità di infezione. In gravidanza si prendono dei farmaci per ridurre la carica virale, nel momento del parto si fa il cesareo ed una breve profilassi al bambino e l'allattamento materno viene semplicemente sostituito con quello artificiale. In questo modo, in Europa, una madre sieropositiva che mette alla luce un bebè ha una probabiltà bassissima di infettarlo, vicina allo 0. In Africa è chiaramente più complesso ed il problema maggiore è legato all'impossibilità di dare al piccolo solo latte artificiale. Nonostante questo seguendo con i farmaci la madre in gravidanza ed il momento del parto, e garantendo un allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi si è visto che la percentuale di trasmissione verticale si abbassa tantissimo, al 2% circa. Il dato, 2%, viene dato dall'OMS, si riferisce a contesti africani e dovrebbe essere quindi rispettato anche a Beira visto che i programmi di prevenzione della trasmissione verticale dell'HIV sono attivi e funzionanti nel pubblico, dunque senza limiti di accessibilità. Peccato che il dato sia rispettato secondo i dati governativi ma, stando a quello che abbiamo raccolto noi, la percentuale di trasmissione verticale si aggira sul 15%. E' una percentuale altissima se si pensa che la fetta di bambini infettati rappresenta un'intera popolazione di malati alla nascita, evitabile, e che mina pesantemente il futuro della società.

Mi sono un po' perso. Cerco di tornare alla giornata di oggi.
Chiaramente il personale sanitario locale non partecipa a tali momenti perchè crede nell'importanza della raccolta dati, o almeno solo una minimissima parte lo fa per questo motivo. Il vero incentivo è rappresentato dal fatto che viene dato un per diem, un compenso per il lavoro svolto, e viene offerto il pranzo ai partecipanti. Questo crea non pochi problemi. Il primo, parlo solo di questo perchè ha a che fare con quanto è capitato oggi, è che molta gente viene a lavorare solo per ritirare i soldi e poi non lavora ma fa solo finta. E quindi capita spesso che durante le formazioni ci sia un gruppetto che dorme, qualcuno che si infratta ed arriva solo al momento del pagamento ed altre cose simili. Sono episodi assolutamente comprensibili, fisiologici, che sono da mettere in conto quando, in questo contesto, si decide di lavorare in questa maniera.   
Ma oggi si è superato il limite. E' arrivato a lavorare, ed io ero il supervisore, un tipo ubriaco che non solo è arrivato in ritardo e non ha fatto nulla ma ha anche disturbato tutti gli altri rendendo più difficile per tutti il lavoro. Io inizialmente gli ho solo chiesto di stare un po' più tranquillo ma poi, quando è arrivato il momento del pagamento, gli ho detto che non lo avrei pagato. Figuratevi, è scoppiato il finimondo, il tipo si è superincazzato e se ne andato bestemmiando ma soprattutto, cosa che non mi aspettavo, mi hanno dato addosso anche tutti gli altri che avevano lavorato. Portavano giustificazioni improbabili del tipo che comunque lui era venuto a lavorare un Sabato e quindi doveva essere pagato. Insomma mi sono inimicato tutto il centro di salute e forse non ne valeva la pena.

Ci sarebbero secondo me tutta una serie di cose da rivedere sul metodo del per diem ma non le dico che credo di avervi già scocciato abbastanza.  


2 commenti:

  1. tu hai fatto proprio quello che dovevi fare e che devi continuare a fare.....
    ma non ci posso credere che sia così anche la..... fa parte della natura umana cercare sempre di "fregare" gli altri?

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