domenica 29 maggio 2011

Caia

Lo scorso fine di settimana sono stato a Caia per fare una troca de experiencia tra la associazione di mamme sieropositive di Beira, Kuplumussana, ed un'associazione di attivisti nel campo della salute di Caia, appunto. 
Il Distretto di Caia si trova nel nord della provincia di Sofala, nel cuore del Mozambico, a circa 400 km da Beira. In un territorio di 3.400 mq vive una popolazione di circa 90 mila abitanti, di etnia massena. La lingua parlata è il chisena ed il portoghese trova uno spazio ben limitato. Il Distretto è delimitato a nord-est dal grande fiume Zambesi che passa proprio accanto alla città. Caia è poi attraversata da due importanti vie di comunicazione: la strada nazionale numero 1, unico corridoio di asfalto che collega il nord e il sud del Paese, ed una linea ferroviaria in via di ripristino. Il distretto è suddiviso istituzionalmente nei tre posti amministrativi di Caia, Murraça e Sena. L'economia dell'intera area si basa su un'agricoltura di sussistenza. Questa piccola introduzione ci inserisce nel contesto assolutamente rurale di questo distretto, ben diverso da quello di Beira.
A Caia le case sono di fango e ben distanti l'una dall'altra, a Beira le baracche sono in lamiera ed una stessa lamiera è parete per due famiglie vicine. In questa immagine sta tutta la differenza "ambientale" tra i due posti.  

Da anni a Caia lavora la Cooperazione Trentina con il progetto Trentino in Mozambico. Questo è un programma multisettoriale che si sviluppa a partire dalle priorità e necessità individuate attraverso il dialogo con le realtà locali. Il progetto ha molteplici aree di intervento in quanto vuole dare un aiuto non settoriale vista la complessità ed interdipendenza dei vari aspetti della realtà locale. E così attraverso un appoggio continuo alle istituzioni locali e alle comunità, i trentini operano negli ambiti di educazione, salute, agricoltura, microcredito, pianificazione territoriale e comunicazione.

Adesso il gruppo di espatriati che lavora al progetto è composto da 8 persone ognuna della quali si occupa di un settore specifico. Sono tutti giovani, preparati e ben motivati. La loro forte motivazione credo sia anche in parte dovuta alla maggiore facilità nel rispondere alla richiesta di aiuto nel contesto rurale dove la popolazione appare più sincera ed i bisogni più evidenti. I cooperanti vivono tutti nella stessa casa e, nel bene e nel male, sono costretti ad una convivenza forzata. Non è l'isola dei famosi ma gli si avvicina, l'isolamento che nella prima è spaziale qui diventa isolamento culturale.

Noi abbiamo avuto a che fare soprattutto con la parte di salute pubblica del progetto e devo dire che chi ci lavora lo fa con molto impegno e professionalità pur trovandosi di fronte una realtà molto difficile. L'ospedale è attualmente un insieme di tende piene di topi e le diffidenze nei confronti della medicina occidentale sono ancora enormi. Tuttavia qualcosa si sta muovendo, gli attivisti dell'associazione che abbiamo incontrato, pur tra mille difficoltà, lavorano per migliorare il servizio sanitario e le conoscenze delle comunità locali (anche tramite piece teatrali) ed è stato costruito un nuovo ospedale che a Settembre verrà inaugurato e, si spera, diverrà operativo. L'espatriata che lavora nell'ambito della salute, Marta, era a Salvador con Mare ed hanno vissuto assieme. La ragazza che temporaneamente si occupa di educazione è una brasiliana che pure ha lavorato con Mare. El mundo es un puto panuelo!

Il viaggio di ritorno è stato uno spasso. Le mamme erano entusiaste del fine di settimana passato, estasiate dalla ottima comida e dal posto dove avevano dormito, per noi una scarsa bettola per loro già "luuuuxo doctor!!". Nella strada di ritorno mi hanno fatto fermare per comprare di tutto visti i bassi prezzi del campo, dai tavolini al carbone, dalla mandioca ad un cinghiale appena catturato nel bush.

In un progetto come quello di Caia servono un economo (o più), ingegneri di varie estrazioni, una laboratorista, una che insegni teatro ed altre forme di arte, un agronomo, medico interno, pediatra, ginecoloco e chirurgo. Chi si sente chiamato in causa?

Foto a caso



 

giovedì 26 maggio 2011

Bin Laden

A molti ho già raccontato questo dialogo con Antonio una guardia di casa mia ma soprattutto un amico.
Il dialogo si svolge durante un pranzo di chima (polenta) e pesce mangiati con le mani, nei giorni successivi la cattura e morte di Osama Bin Laden.

"Ancora caldo, eh", mi fa lui.
"Ancora, ancora ma non credo che per me arriverà mai il freddo qui"
"Sheee, arriverà vedrai, avrai freddo di notte, proprio freddo"
"Non credo...."
"...."
"...."
Silenzio. Per rompere il ghiaccio chiedo: "Hai sentito che hanno ucciso Osama Bin Laden?"
"L'ho già sentito... è forse quell'indiano del negozio in centro?"
Rido. "No, Antonio, allora mi sa che non lo conosci"
"Ma l'hanno ammazzato perchè gli sono entrati in casa per rubare?" (Cosa che qui accade spesso)
"Beh, sì, in effetti, sì", rispondo io.

In quel momento spiegare chi era Bin Laden ad Antonio mi pareva un impresa ardua. E poi... chi cazzo è Bin Laden? In realtà non lo sappiamo nemmeno noi.

Passano due giorni e Antonio contrattacca: "Ma nessuno sa di questo tipo che hanno ammazzato in centro, sei proprio sicuro Daniel?".
"Ma, boh, in effetti erano voci, probabilmente ho capito male". 

martedì 17 maggio 2011

Felicitazioni

Felicitazioni. Tutto è andato bene e siamo super felici.
Un abbraccio al nucleo familiare con nuova livrea.
Il pupi nasce il giorno in cui il vento politico pare essere (un po') cambiato. E' già una buona cosa.

Un bacio forte a tutti e quattro, ieri vi ho pensato tanto.

sabato 14 maggio 2011

Grande Hotel.

Grande Hotel. Oggi ci passavo a fianco. E' un posto eccezionale, unico.
Venne costruito negli anni Cinquanta in piena epoca coloniale. Era il più grande e lussuoso hotel di tutta l'Africa.
Grandi scalinate e saloni arredati con legni pregiati fatti arrivare appositamente dall'Europa, una discoteca, una piscina olimpionica, perfino il casinò. Si rivelò eccessivo. I costi erano elevatissimi ed il turismo sempre troppo poco. Così presto venne chiuso, appena dieci anni dopo la sua apertura. Per qualche anno ancora venne adibito a discoteca e ne fu utilizzata l'enorme piscina. Poi venne la guerra, vennero le guerre. I rifugiati che arrivavano in città lo videro come un ovvio ricovero ed iniziò così l'occupazione.
Lentamente il Grande Hotel è stato depredato di tutto, dal legno che rivestiva i pavimenti di corridoi e saloni fino ai tubi del sistema idraulico ed i cavi di quello elettrico. E' rimasto solo uno scheletro di cemento. Architettonicamente è imponente, elegante ma allo stesso tempo ispira pietà.

Nei periodi di maggiore affollamento sono arrivate a viverci fino a 5000 persone. Oggi pare ve ne siano attorno alle 2000. Questi squatter senza nulla vivono in case che possono essere uno dei  sottoscala delle grandi gradinate, una parte delle grandi cucine o una delle grandi celle frigorifere che si trovano nei sotterranei. Molte aree sono crollate, tutti i parapetto delle scale e delle balconate interne sono distrutti o sono stati smontati per creare altri muri interni. La grande piscina è vuota e viene usata in parte come latrina in parte come collettore di acqua piovana. All'interno non c'è luce, non c'è acqua corrente. I grandi vani degli ascensori sono diventati le discariche di questa città in miniatura. Spesso qualche bambino precipita da uno dei tre piani. I più fortunati sono quelli che cadono nel vano ascensore o nelle trombe delle scale più piccole, quelle un tempo usate dal personale di servizio. La spazzatura che si è accumulata in questi spazi li salva, attutendone la caduta. 

Gli occupanti si sono inevitabilmente organizzati ed oggi c'è un presidente della comunità, c'è un tribunale interno ed una lista di anzianità per chi puo' passare ad uno spazio migliore.
Non puo' entrare chiunque, è necessaria l'autorizzazione del regolo e del presidente della comunità.

Di notte il Grande Hotel è un buco buio nel mezzo della città. Se ne intuisce l'esistenza solo per qualche lumino che si scorge nelle finestre e per le grida continue che vengono dal suo interno.    
Io non ci sono mai entrato ma ogni volta che gli passo accanto cerco di intravedere squarci di vita al suo interno e scorgo bambini, decine di bambini in equilibrio su piani diroccati di cemento armato.

Il Grande Hotel ti colpisce perchè è un ossimoro. Ti colpisce l'intenzione per la quale era stato costruito e l'intenzione per la quale è abitato ora. Voleva essere "the pride of Africa" ed è diventato solo un altro slum. Voleva accogliere pochi ricchissimi eletti in appartamenti sfarzosi ed ora ospita migliaia di poveri in decrepiti buchi.



sabato 7 maggio 2011

Zimbabwe HIFA Festival

La scorsa settimana, approfittando delle ferie per la Santa Pasqua, sono andato in viaggio in Zimbabwe. La motivazione principale del viaggio risiedeva in un festival di musica e teatro che facevano nella capitale, Harare.

Lo Zimbabwe, ex Rhodesia, ha una storia diversissima da quella del Mozambico. E' uno Stato che è sempre stato molto legato agli inglesi e dove anche dopo l'indipendenza i bianchi hanno continuato ad avere un ruolo importante nella vita economica. Principalmente grazie al fatto che dopo la decolonizzazione non vi è stata una forte discontinuità e comunque il passaggio di potere è avvenuto senza una lunga lotta armata lo Zimbabwe si è andato configurando come un'eccezione nell'Africa Australe, somigliante più al SudAfrica che agli altri stati vicini, tipo o querido mozambique. E' stato per molti anni definito la Svizzera d'Africa. Tuttavia negli ultimi anni il presidente Mugabe, in carica dall''80, ha iniziato un processo di forzata espropriazione delle terre ai bianchi e di rimozione di quelli che si trovavano in posti strategici. A parte la appropiatezza o meno di questa misura, il tutto è stato fatto senza avere una classe con capacità tali da permetterle di rimpiazzare quella preesistente. E così a partire dall'ultimo decennio del secolo scorso il paese è andato incontro ad una crisi enorme che ha portato ad un crack economico con un'inflazione incontrollabile a tal punto che hanno lasciato la loro moneta adottando una valuta estera, il dollaro americano. A questo si sono sovrapposti problemi più tipicamente africani vale a dire numerose epidemie di colera che hanno falcidiato le popolazioni di numerose aree ed una delle più disastrose epidemie di HIV della storia. Quest'ultima è stata peraltro in gran parte resa possibile dalla cecità del Governo che ha voluto ammettere l'esistenza del problema solo molto tardivamente.
Date queste rapide premesse uno si aspetta di arrivare in uno Stato allo sbando ed invece mi sono stupito del contrario. Strade in ordine, città pulite e con edifici integri, supermercati. Nelle campagne, grandi coltivazioni in ordine, mietitrebbie, case in mattoni e gente con le scarpe. E' stata una visione che mi ha stupito ma in effetti credo che la ragione principale dello stupore fosse la mia provenienza, o querido mozambique, dove le mietitrebbie non ci sono, le case sono baracche, le strade sono piste e le scarpe un lusso (che spesso va spaiato).

Detto questo, le cose che vanno ricordate del viaggio:
1. Festival da paura con gruppi veramenti belli ed emozionanti tra i quali cito Nneka (nigerotedesca con band newyorkbronx-camerun-brasile-australia) e i Publish The Quest (gruppo di Seattle un pò rock, un po' pop, un po' ska, un po' blues ma in generale gordo);
2. Ostello poco accogliente pieno di preservativi (usati e nuovi) e manifesti sulla prevenzione del colera appesi a tutte le pareti al parco Chimanimani e casa invece molto accogliente con grigliata di carne annessa sul lago Chivero;
3. Viaggio in taxi con autista completamente sbronzo e rischio botto serio o botte serie (alla fine solo botto piccolo contro il cancello di una casa innocente);
4. Arrivare a 500 metri dalla cima della montagna più alta del Mozambico e tornare indietro non si puo' fare e continuerò a non permettere che le persone amate lo facciano (!);
5. La condivisione della stanza in ostello con una pazza Sudafricana che quando le chiedevi il nome rispondeva: "I'm the only African Gipsy Reggae Terrorist" e poi tornava sfatta alle 7 di mattina;
6. Il migliore ristorante di tutta Harare è un cinese che la rosticceria "Il mandarino" dell'Arcella gli dà fumo;
7. Rimettersi la felpa dopo 4 mesi è una sensazione piacevole.

P.S. Al Festival, come sul treno o negli autobus, c'era una specie di terza classe. Le tipologie di concerti erano, infatti, tre. Quelli fuori dal recinto del festival, gratuiti e di qualità bassissima. Quelli gratuiti dentro il festival a cui si accedeva con un biglietto da 5 dollari giornalieri, di qualità discreta. Infine quelli a pagamento dentro il festival dove oltre all'entrata bisognava pagare un biglietto extra. Ovviamente come su treni e autobus la differenza di utenza era apprezzabile visivamente ed ai concerti più belli (e constosi) ci si ritrovava quasi esclusivamente circondati da bianchi.

Photos!