Oggi ho salutato Giada che è stata mia coinquilina per questo primo mese ed è ripartita per l'Italia. Devo dire che adesso mi sentirò sicuramente un po' più solo. Giada è molto simpatica. Ma la cosa che più mi mancherà di lei è il fatto che era una persona normale. Senza tante sovrastrutture ad incasinarle pensieri e comportamenti. Questa ho imparato essere una caratteristica molto rara a Beira dove la maggior parte degli espatriati sono personaggi super particolari. Con lei si poteva fare un discorso normale, ti lasciava parlare, ascoltando, e pure lei parlava ma non ininterrottamente. E' stata lei che mi ha portato per la prima volta al forno indigo, con lei ho preso il primo chapa ed ho fatto il primo giro al maquinino. Tutte tappe fondamentali di vita beirense.
Ma oggi è stato un doppio giorno di despedida. Anche se questa seconda suona più come un'addio. In ospedale infatti ho salutato Doctora Nadia. Doctora Nadia non è che la chiami io così perchè sono in confidenza. Qui infatti tutti i medici vengono chiamati solo per nome. Cioè io in ospedale sono, per tutti, Doctor Daniel. Comunque Doctora Nadia è una ragazza di 26 anni neolaureata che mi ha aiutato all'inizio in ospedale soprattutto nel capirci qualcosa con le malarie delle quali io sapevo ben poco. Lei si è laureata a Dicembre e, dopo appena due mesi, il governo la manda a lavorare in un ospedale rurale di una provincia in campagna. Lei diventerà tra pochi giorni direttore clinico di un distretto di qualche decina di miglaia di persone. In effetti sarebbe come se io fossi già direttore dell'ospedale di Rovigo. Questo è dovuto al fatto che di medici mozambicani fino a dieci anni fa non ce ne erano perchè a causa della guerra l'università si era fermata. Episodio divertente con Nadia. Il primo giorno di reparto dovevo scrivere in una consulenza la parola esquerdo, sinistro. Beh, non sapevo se si scrivesse con la q e quindi le chiesi: "Tenho que escribir con q", pronunciando q come in Italia cioè cu. La Nadia mi scoppia a ridere, chiama le infermiere e le racconta l'accaduto e tutte insieme ridono sguaiatamente. Come solo qui ridono, senza freni,sguiatamente. Il fatto è che cu qui sta per culo, in pratica le ho chiesto "devo scrivere col culo?". Figuron!
lunedì 28 febbraio 2011
mercoledì 23 febbraio 2011
jolindo
La vicenda inizia lo scorso Venerdì attorno alle tre del pomeriggio. Sto finendo le visite nel piccolo ambulatorio del distretto di Munhava, mancano due o tre pazienti. Come spesso succede entra una tecnica di medicina e mi dice che è arrivato un bambino che sta molto male, se per favore posso vederlo.
Yes, pa' dentro. E così conosco jolindo, un anno e mezzo. Quando chiedo alla mamma cosa succede mi dice: "Està com tosse". Quindi chiedo di levarselo dalla schiena e di metterlo sul lettino. Si sgancia il pupi dalla kapulana e lo mette sul lettino. Lo vedo, sudato, sonnolento che respira con le orecchie. Appoggio il fonendo sulla schiena: nel polmone destro non entra un filo di aria, in quello di sinistra bronchi chiusi...chiedo alla mamma da quanto respira così e lei dice, serafica, che lleva ja un tempo asì. La situazione è grave, il bambino deve essere trasferito in ospedale centrale dove per lo meno hanno la possibilità di fare i raggi e dare un po' di ossigeno. Io corro alla farmacia a vedere se recupero un aerosol per migliorare un po' la situazione ma il tipo della farmacia mi dice "sheee...no temos bombas para aerosol"...provo a mettere un'agocannula al jolindo per iniziare intanto ad idratarlo ma niente non ce la faccio...uff...maledetta poca manualità italiana. Lui, mentre lo pungo e ripungo, non emette un lamento. Preparo il più veloce possibile le carte per il trasferimento in ospedale e lo porto al posto di attesa dell'ambulanza; lo lascio lì con l'infermiera e dico di aspettare l'ambulanza che sarebbe arivata a minuti così intanto avrei finito le altre visite. Ogni centro di salute ha un'ambulanza che funziona solo di giorno e che trasporta i malati più gravi all'ospedale. Sapevo che sarebbe arrivata prima la macchina per riportare me a casa e quindi torno dalla mamma e le dico che sarebbe venuta con me.
Di lì a venti minuti arriva la nostra auto e vado a prendere il Jolindo; entro nell'ampio salone dove mi stava aspettando, oramai vuoto visto l'orario, e non lo trovo. Dove cazzo sono andati? Chiedo all'infermiera che mi dice che l'ha visto uscire. Ma come uscire? Dovevamo andare in Ospedale, era grave! Chiedo ad un medico che era lì e mi dice che, a suo parere, la madre è andata dal curandeiro o dal marito per avvisare che il bambino andava in ospedale. Torno dall'infermiera e le chiedo se sapeva dove abitava sta creatura e lei dice "sheee, a casa de ela è muito longe".
Salgo in macchina e torno a casa, in amarezza.
In tutta la faccenda io ero l'unico minimamente agitato. La madre era imbronciata, sicuramente preoccupata ma comunque incredibilmente calma. L'infermiera addirittura lascia uscire la madre senza provare a fermarla.
La vicenda finisce poi oggi. Durante uma ronda con gli studenti arriviamo ad un letto per discutere di un caso e vedo che dal letto a fianco una mamma mi saluta. Lì per lì non la riconosco ma poi guardo il bambino dietro la maschera per l'ossigeno e vedo Jolindo. Ha un tubo in un polmone dal quale, mi dice il medico che lo segue, hanno tirato fuori un litro e mezzo di pus. Su dieci kg di bambino.
Mi fermo a parlare con la mamma e le chiedo perchè mai se ne fosse andata. Doveva avvisare il marito altrimenti poi non avrebbe saputo come fare, avendo il cellulare ma non i soldi per ricaricare. E' riuscita ad andare ad avvisarlo e a tornare a prendere l'ambulanza quello stesso pomeriggio.
Già che c'è e che ha acquisito una certa confidenza mi espone un problema pratico. In ospedale danno poco da mangiare al jolindo e soprattutto poco latte. Lei non ha i soldi per portarglielo, non è che potevo comprargli un pacote de leite? Le dico che va bene che sarei tornato nel pomeriggio col latte.
Ho preferito tornare il pomeriggio perchè mi vergognavo a darle il latte davanti agli altri medici, è una cosa che loro non farebbero mai.
Così sto pomeriggio torno, le do il latte, faccio due chiacchere ancora, e me ne esco nascostamente quando sento che dalla porta alle mie spalle mi gridano "boa tarde, doctor". Mizzica, un gruppeto di cinque studenti era nella stanza a fianco ed aveva assistito a tutta la scena. Se la ridevano.
Yes, pa' dentro. E così conosco jolindo, un anno e mezzo. Quando chiedo alla mamma cosa succede mi dice: "Està com tosse". Quindi chiedo di levarselo dalla schiena e di metterlo sul lettino. Si sgancia il pupi dalla kapulana e lo mette sul lettino. Lo vedo, sudato, sonnolento che respira con le orecchie. Appoggio il fonendo sulla schiena: nel polmone destro non entra un filo di aria, in quello di sinistra bronchi chiusi...chiedo alla mamma da quanto respira così e lei dice, serafica, che lleva ja un tempo asì. La situazione è grave, il bambino deve essere trasferito in ospedale centrale dove per lo meno hanno la possibilità di fare i raggi e dare un po' di ossigeno. Io corro alla farmacia a vedere se recupero un aerosol per migliorare un po' la situazione ma il tipo della farmacia mi dice "sheee...no temos bombas para aerosol"...provo a mettere un'agocannula al jolindo per iniziare intanto ad idratarlo ma niente non ce la faccio...uff...maledetta poca manualità italiana. Lui, mentre lo pungo e ripungo, non emette un lamento. Preparo il più veloce possibile le carte per il trasferimento in ospedale e lo porto al posto di attesa dell'ambulanza; lo lascio lì con l'infermiera e dico di aspettare l'ambulanza che sarebbe arivata a minuti così intanto avrei finito le altre visite. Ogni centro di salute ha un'ambulanza che funziona solo di giorno e che trasporta i malati più gravi all'ospedale. Sapevo che sarebbe arrivata prima la macchina per riportare me a casa e quindi torno dalla mamma e le dico che sarebbe venuta con me.
Di lì a venti minuti arriva la nostra auto e vado a prendere il Jolindo; entro nell'ampio salone dove mi stava aspettando, oramai vuoto visto l'orario, e non lo trovo. Dove cazzo sono andati? Chiedo all'infermiera che mi dice che l'ha visto uscire. Ma come uscire? Dovevamo andare in Ospedale, era grave! Chiedo ad un medico che era lì e mi dice che, a suo parere, la madre è andata dal curandeiro o dal marito per avvisare che il bambino andava in ospedale. Torno dall'infermiera e le chiedo se sapeva dove abitava sta creatura e lei dice "sheee, a casa de ela è muito longe".
Salgo in macchina e torno a casa, in amarezza.
In tutta la faccenda io ero l'unico minimamente agitato. La madre era imbronciata, sicuramente preoccupata ma comunque incredibilmente calma. L'infermiera addirittura lascia uscire la madre senza provare a fermarla.
La vicenda finisce poi oggi. Durante uma ronda con gli studenti arriviamo ad un letto per discutere di un caso e vedo che dal letto a fianco una mamma mi saluta. Lì per lì non la riconosco ma poi guardo il bambino dietro la maschera per l'ossigeno e vedo Jolindo. Ha un tubo in un polmone dal quale, mi dice il medico che lo segue, hanno tirato fuori un litro e mezzo di pus. Su dieci kg di bambino.
Mi fermo a parlare con la mamma e le chiedo perchè mai se ne fosse andata. Doveva avvisare il marito altrimenti poi non avrebbe saputo come fare, avendo il cellulare ma non i soldi per ricaricare. E' riuscita ad andare ad avvisarlo e a tornare a prendere l'ambulanza quello stesso pomeriggio.
Già che c'è e che ha acquisito una certa confidenza mi espone un problema pratico. In ospedale danno poco da mangiare al jolindo e soprattutto poco latte. Lei non ha i soldi per portarglielo, non è che potevo comprargli un pacote de leite? Le dico che va bene che sarei tornato nel pomeriggio col latte.
Ho preferito tornare il pomeriggio perchè mi vergognavo a darle il latte davanti agli altri medici, è una cosa che loro non farebbero mai.
Così sto pomeriggio torno, le do il latte, faccio due chiacchere ancora, e me ne esco nascostamente quando sento che dalla porta alle mie spalle mi gridano "boa tarde, doctor". Mizzica, un gruppeto di cinque studenti era nella stanza a fianco ed aveva assistito a tutta la scena. Se la ridevano.
venerdì 18 febbraio 2011
Trabalho
La mia attività lavorativa in quel di Beira è distinta in due grandi capitoli.
Tre giorni la settimana ed il Sabato mattina lavoro all'interno di un progetto messo in atto da Cuamm ma finanziato da Unicef che si occupa di trattamento di bambini HIV+ e della prevenzione della trasmissione verticale della malattia (cioè tra madre e figlio).
I due giorni che restano della settimana, cioè segunda feira e quarta feira (Lunedì e Mercoledì), vado a lavorare nel Reparto di Pediatria dell'Ospedale Centrale di Beira.
Il progetto Unicef viene fatto nei centri di salute dei vari quartieri periferici della città. L'idea di base è quella di appoggiare il personale sanitario locale affinchè raggiunga un'autonomia nella gestione del trattamento antiretrovirale (TARV) pediatrico. I Centros do Saude dove il progetto si svolge sono cinque ma io lavoro solamente in tre di questi che sono Munhava, Nhaconjo e Macurunjo. In pratica per quel che mi riguarda io arrivo e faccio un ambulatorio dedicato a bambini tutti sieropositivi. Le mamme quando arrivo alla consulta alle 8.30 di mattina sono sempre già tutte lì. Le prime volte che andavo faceva un certo effetto vedere questa quarantina di mamme con i loro bambini che se ne stavano sdraiate per terra sulle loro Kapulane variopinte, molte a dormire. Un bordello che non vi dico. Una cosa che fanno speso mentre aspettano è il bucato. Spogliano i bebè e mettono i vestiti a lavare sotto il rubinetto dell'acqua del giardino esterno e poi stendono i vestitini sull'erba. Così tutte le mattine fuori, quando mi affaccio alla finestra dell'ambulario, a contrastare il verde acceso dell'erba c'è una fila colorata di capi di abbigliamento...muito lindo! Prima di entrare tutti i bambini vengono pesati, misurati e viene fatto un semplice indice di nutrizione che è il rapporto tra altezza e peso. Questo semplice dato è molto utile ma non è facile che arrivi giusto sulla cartella clinica e molte volte lo devo ricontrollare: bambini belli come il sole arrivano con indice da malnutrizione grave e viceversa. In effetti la bilancia è un gancio appeso al ramo di un albero al quale viene imbragato il pupo...non il massimo della precisione soprattutto per pesi piccoli dove un errore di pochi etti già fa cambiare di molto le cose.
Ogni visita è poi una sopresa. Infatti oltre ai bambini HIV positivi entrano nella consulta anche altri semplicemente perchè stanno male. E quando uno qui sta male, sta male sul serio, c'è da tremare. In generale bisogna spostare il concetto di malattia ben oltre quello a cui siamo abituati. Una mamma se decide di non andare al mato a lavorare e di portare il bambino dal medico è perchè questo sta davvero male, non sto qui a farvi degli esempi ma qui la malattia è malattia, non la devi intuire o addirittura inventare, come succede molte volte in Italia, ce l'hai sotto gli occhi, la puoi vedere e toccare.
La grande difficoltà con i bambini sieropositivi sta nel far sì che siano aderenti al trattamento. Spesso infatti saltano gli appuntamenti, non vanno a prendere i medicinali in farmacia, danno gli antiretrovirali in modo discontinuo. Hanno, comunque, tutte le ragioni per avere dei problemi nella gestione della malattia. Quando il problema principale è quello di sfamare tuo figlio, di poterlo vestire e mandare a scuola, l'importanza della somministrazione ad orario fisso di compresse di antiretrovirale per una malattia che abbassa le difese immunitarie diventa relativa. In effetti spesso mi arrabbio a vedere tornare sempre lo stesso bambino con superinfezioni, che ogni volta se la cava per miracolo, e che se facesse bene il trattamento per l'HIV starebbe meglio. Mi fa arrabbiare ma capisco.
Tre giorni la settimana ed il Sabato mattina lavoro all'interno di un progetto messo in atto da Cuamm ma finanziato da Unicef che si occupa di trattamento di bambini HIV+ e della prevenzione della trasmissione verticale della malattia (cioè tra madre e figlio).
I due giorni che restano della settimana, cioè segunda feira e quarta feira (Lunedì e Mercoledì), vado a lavorare nel Reparto di Pediatria dell'Ospedale Centrale di Beira.
Il progetto Unicef viene fatto nei centri di salute dei vari quartieri periferici della città. L'idea di base è quella di appoggiare il personale sanitario locale affinchè raggiunga un'autonomia nella gestione del trattamento antiretrovirale (TARV) pediatrico. I Centros do Saude dove il progetto si svolge sono cinque ma io lavoro solamente in tre di questi che sono Munhava, Nhaconjo e Macurunjo. In pratica per quel che mi riguarda io arrivo e faccio un ambulatorio dedicato a bambini tutti sieropositivi. Le mamme quando arrivo alla consulta alle 8.30 di mattina sono sempre già tutte lì. Le prime volte che andavo faceva un certo effetto vedere questa quarantina di mamme con i loro bambini che se ne stavano sdraiate per terra sulle loro Kapulane variopinte, molte a dormire. Un bordello che non vi dico. Una cosa che fanno speso mentre aspettano è il bucato. Spogliano i bebè e mettono i vestiti a lavare sotto il rubinetto dell'acqua del giardino esterno e poi stendono i vestitini sull'erba. Così tutte le mattine fuori, quando mi affaccio alla finestra dell'ambulario, a contrastare il verde acceso dell'erba c'è una fila colorata di capi di abbigliamento...muito lindo! Prima di entrare tutti i bambini vengono pesati, misurati e viene fatto un semplice indice di nutrizione che è il rapporto tra altezza e peso. Questo semplice dato è molto utile ma non è facile che arrivi giusto sulla cartella clinica e molte volte lo devo ricontrollare: bambini belli come il sole arrivano con indice da malnutrizione grave e viceversa. In effetti la bilancia è un gancio appeso al ramo di un albero al quale viene imbragato il pupo...non il massimo della precisione soprattutto per pesi piccoli dove un errore di pochi etti già fa cambiare di molto le cose.
Ogni visita è poi una sopresa. Infatti oltre ai bambini HIV positivi entrano nella consulta anche altri semplicemente perchè stanno male. E quando uno qui sta male, sta male sul serio, c'è da tremare. In generale bisogna spostare il concetto di malattia ben oltre quello a cui siamo abituati. Una mamma se decide di non andare al mato a lavorare e di portare il bambino dal medico è perchè questo sta davvero male, non sto qui a farvi degli esempi ma qui la malattia è malattia, non la devi intuire o addirittura inventare, come succede molte volte in Italia, ce l'hai sotto gli occhi, la puoi vedere e toccare.
La grande difficoltà con i bambini sieropositivi sta nel far sì che siano aderenti al trattamento. Spesso infatti saltano gli appuntamenti, non vanno a prendere i medicinali in farmacia, danno gli antiretrovirali in modo discontinuo. Hanno, comunque, tutte le ragioni per avere dei problemi nella gestione della malattia. Quando il problema principale è quello di sfamare tuo figlio, di poterlo vestire e mandare a scuola, l'importanza della somministrazione ad orario fisso di compresse di antiretrovirale per una malattia che abbassa le difese immunitarie diventa relativa. In effetti spesso mi arrabbio a vedere tornare sempre lo stesso bambino con superinfezioni, che ogni volta se la cava per miracolo, e che se facesse bene il trattamento per l'HIV starebbe meglio. Mi fa arrabbiare ma capisco.
martedì 15 febbraio 2011
Escritorio
Vivo in una casa che ha vari nomi. Per me è casa, per altri il coordinamento, per altri l’escritorio, per altri ancora semplicemente il Cuamm.
Infatti questo è il centro logistico-amministrativo del Cuamm in Mozambico. Al piano terra ci son uffici e la cucina, al primo piano c’è una specie di GuestHouse con tre stanze e due bagni. Adesso due di queste stanze sono occupate, una da me e l’altra da un’altra JPO, Giada. La terza è libera ed a disposizione dei vari ospiti che di volta in volta vengono qui per le missioni.
La casa è molto bella, ha un po' di giardino ed un'ampia stanza comune al piano terra.
Ogni finestra o porta che da sull’esterno è protetta da sbarre. Oltre che dalle sbarre è protetta 24 ore al giorno da “guardas” uno più personaggio dell’altro. A proposito dei “guardas” vi racconterò di più perché meritano ampio spazio e con loro i due cani da guardia, Tuku e Malawi.
Quando la casa si svuota, cioè la notte e nei week-end, gli spazi a disposizione sono enormi ed a volte fa pure un po’ paura. Adesso ho anche visto dove nascondono il proiettore per le conferenze così la sera potrò spararmi i film sulla parete. Ovviamtente film porno stile cinema "Cristallo".
A volte va via la corrente ma è un problema sempre comune a tutto il bairro e nell’arco di qualche ora torna sempre.
Più spesso va via Internet che spesso va anche lontano e se ne sta fuori casa anche per giorni.
Spesso va via anche l’acqua ma basta affacciarsi a qualunque finestra e gridare “liga a bomba, faz favor” che subito torna.
Cagate. lunedì 14 febbraio 2011
Moçambique
“Quando due elefanti lottano è l’erba che soffre”. E’ il titolo di un libro di 400 pagine che tratta di storia dell’Africa Subsahariana concentrandosi in particolare modo sull’Africa Australe.
Il fatto che io l’abbia letto, concludendolo, in 20 giorni vi fa capire quanto ci sia da fare, soprattutto una volta che calano le tenebre, in quel di Beira.
Comunque visto che il libro parla molto anche di storia del Mozambico faccio un brevissimo riassunto così fisso nella memoria quello che ho letto. La storia passata, certo, aiuta a capire il contesto attuale. A chi magari leggerà, importerà na sega e, infatti, potrà fare a meno di leggere.
Attorno al I – II secolo a.C. si erano stabiliti in Mozambico popoli scesi dalla regione dei Grandi Laghi, di lingua Bantu, che vivevano di caccia, raccolta e minime attività di allevamento. A partire dal VIII secolo nelle regioni costiere arrivarono e si stabilirono mercanti prvenienti dalla penisola araba che ben presto, per le loro attività commerciali, misero in comunicazione il Mozambico con tutto il Sud Est asiatico. Gli arabi portarono con loro una prima islamizzazione. Ancora oggi qui una buona fetta della popolazione è musulmana.
A questo punto la storia si intreccia con quella dello Zimbabwe dove a partire dal 1000 si formò un regno molto forte, chiamato Monopotapa dai portoghesi, che doveva la sua ricchezza al commercio d’oro. Ben presto Monopotapa sottomise i gruppi indigeni indipendenti presenti in Mozambico.
Nel 1498 Vasco de Gama circumnaviga il continente africano e sbarca a Ilha de Mozambique. Qui costruisce il primo forte portoghese e ne fa una base di appoggio per i suoi commerci. Nessuno dei commercianti già presenti possedeva una flotta paragonabile a quella portoghese e così senza troppi sforzi i portoghesi soppiantarono i commerci degli arabi e conquistarono le regioni costiere. Ma ben presto arrivò alle orecchie dei portoghesi la voce che a qualche centinaio di km nell’entroterra vi erano riserve di oro e così cominciò la loro avanzata verso il cuore del Regno Monopotapa. In realtà la prima spedizione non ebbe frutto; nonostante il Portogallo avesse inviato forze enormi la spedizione venne bloccata in parte dalle malattie in parte dalla natura ostile. Restava poi un problema sostanziale: il tanto desiderato oro non c’era, o meglio, era presente solo in modeste quantità e la sua estrazione era molto elaborata. Insomma pensavano di essere in Sud America in realtà li g’era in mozambico.
Fatto sta che il miraggio dell’oro aveva richiamato un sacco di avventurieri portoghesi che, dopo razzie e massacri vari, delusi per il mancato ritrovamento dell’oro, decisero di accontentarsi del terreno fertile. Fu così che i Portoghesi si insediarono all’interno del Paese oltre che sulla costa.
Di fatto comunque, fino alla metà del 1800, non vi era un vero e proprio controllo portoghese del Mozambico che veniva lasciato in mano a questi signori. Ma, appunto a partire dalla seconda metà del 1800, il Portogallo si trovò costretto a dimostrare il suo effettivo controllo del territorio. In una conferenza a Berlino infatti si dovevano stabilire i confini delle diverse colonie dei vari Stati Europei; gli Inglesi erano ben presenti in Zimbabwe cosicchè si sarebbero presi anche il Mozambico se questo fosse stato in qualche modo “libero”.
Così i portoghesi si riattivarono e dovettero combattere contro le diverse tribù locali che vivevano per conto loro e contro molti dei signori portoghesi che si erano presi intere aree del Paese ed adesso non volevano certo vedere messa in dubbio la loro autonomia.
L’organizzazione di un vero e proprio Stato coloniale fu dunque difficile e si concluse solo nei primi anni del 1900.
Il Portogallo però, una volta preso il controllo della colonia, si scoprì in bolletta dura e con numerosi problemi politici interni; non riusciva a pagare l’amministrazione dello Stato che quindi venne data in concessione ad inglesi, sudafricani, tedeschi, francesi. Ancora oggi gli interessi economici di tutte queste nazioni sono ben presenti in Mozambico.
Dopo la seconda guerra mondiale in Mozambico si intrecciarono diversi interessi: quelli dei Portoghesi, che credevano in un colonialismo ad oltranza, quelli del Sudafrica, che mirava a difendere il sistema dell’apartheid, e quelli di Sovietici e Statunitensi che se ne sbattevano del Mozambico ma che non volevano che questo finisse nell’orbita dell’uno o dell’altro e quindi finanziavano i gruppi politici a caso purchè limitassero le influenze anti- (comuniste o capitaliste).
I Portoghesi nonostante si dicessero favorevoli ad una integrazione razziale di fatto lasciarono sempre fuori dalla vita culturale e politica la popolazione africana. Così negli anni ’60 si formarono i primi movimenti nazionalistici, per lo più guidati da leader africani che si erano formati in Europa, che si coalizzarono nel Frelimo (Frente Libertaçao do Moçambique). Iniziò una guerra per l’indipendenza che di per sé non sarebbe stata difficile da vincere. I portoghesi, infatti, si trovavano con un bel po’ di casini in patria e gli stessi soldati non credevano a ciò per cui stavano combattendo. In campo vennero però messe forze paramilitari anti-Frelimo pagate da SudAfrica e Zimbabwe. Entrambi, infatti, erano Stati a dirigenza bianca che non vedevano di buon occhio la nascente classe nera per la preoccupazione che le stesse velleità contagiassero le loro maggioranze nere. In particolar modo il Sudafrica apertamente contrastò il Frelimo che del resto altrettanto apertamente appoggiava l’ANC di Mandela.
Così dopo 10 anni di guerra venne raggiunta l’indipendenza. Un 25 Giugno di non so che anno degli anni ’70 (mi pare il 1975). A questo punto il Frelimo è l’unico partito e quindi sale al governo, senza elezioni, e subito svolta su una politica di stampo marxista-leninista. I Comunisti di tutta Europa si infervorarono e mandarono in questi anni aiuti e cooperanti in abbondanza. La politica comunista, con nazionalizzazione dei terreni agricoli e formazione di assemblee locali di governo, si rivela però fallimentare e nasce così un movimento armato, il Renamo, finanziato dagli Stati Uniti e dal SudAfrica. Inizialmente il Renamo non nasceva con un intento politico vero e proprio di alternativa al governo di Frelimo ma solo come un insieme di signori armati con i soldi esteri che facevano per lo più azioni di terrorismo o banditismo. Fu poi il malcontento dovuto agli errori politici del governo a dare un’identità politica vera e propria al Renamo.La guerra civile piegò il paese che già veniva da altri 15 anni di guerra per l’indipendenza. Soltanto dopo numerosi e complicati accordi di pace si mise fine alla guerra. Vennero quindi indette elezioni che furono vinte dal Frelimo che ancora oggi è al governo.
Dal termine della guerra civile sono arrivati in Mozambico una valanga di soldi molti dei quali mascherati da cooperazione ed il Paese si è messo economicamente nelle mani del Fmi. Grazie alle ricette del Fmi si è riusciti ad avere un’ulteriore involuzione economica e sociale.
Negli ultimi dieci anni pare che il Mozambico abbia voltato pagina ed imboccato la sua strada, certo in salita, di pace e sviluppo. Negli ultimi tre anni l’Economist ha messo il Mozambico al quarto posto tra le economie crescenti dei Paesi in via di Sviluppo.
In tutto questo sarebbe secondo me curioso capire dove sarebbe ora il Mozambico se la sua storia l’avesse fatta da solo senza le numerose interferenze dei Paesi più ricchi. E’ peraltro una domanda che si potrebbe facilemente allargare alla storia di quasi tutti i paesi africani.
martedì 8 febbraio 2011
Pirati
Si chiama Vincenzo, ha 79 anni ed è stato rapito dai pirati somali. Me lo presentano così la prima volta che lo vedo. Uno subito si immagina un tipo con la pelle come il cuoio, la faccia da lupo di mare ed un'ancora tatuata sulla spalla. Invece mi si presenta davanti un gracile vecchiettino, basso, col passo un po' incerto e sordo come una campana.
Beh dietro questa sagoma si nasconde un grande personaggio. Nato a Olbia, ha sempre lavorato facendo riparazioni subacquee a navi e pontili. Di passo gestiva anche un night e gestiva il mercato di macchine rubate di Olbia. Ad un certo punto si è rotto i coglioni ed è partito per il Kenya. Qui ha sposato una africana (terza moglie) e si è costruito una casa ed un villaggio turistico. Ma stanco di questa tipa è ripartito alla volta del Madagascar. Qui ha fatto lo stesso: africana + casa. Ma anche qui dopo un po' la tipa ha iniziato a portargli a casa tutta la famiglia poverissima quindi lui ha deciso di andare via. Ma prima di partire gli andava di fare un giro con la barca di un amico- un franco-italiano dai traffici poco chiari. Così sono partiti su questa nave per una battuta di pesca con 18 uomini del madagascar di equipaggio e due donne del capitano. Una mattina all'alba mentre dormivano i pirati li hanno agganciati, sono saliti in nave con i mitra, li hanno legati e chiusi in stiva. Così sono stati per una decina di giorni poi i pirati hanno attaccato una nave più grande e così li hanno smollati sulla nave, senza carburante, senza acqua potabile, senza viveri. La sorte ha voluto che una pioggia intensissima li abbia riforniti di acqua e che la corrente li abbia portati verso terra. In vista del porto di Beira. Qui sono quindi arrivati e, scesi dalla nave, sono andati in giro per la città a sbronzarsi e a raccontare l'accaduto. Non sapevano che la loro avventura iniziava in quel momento. Tempo qualche ora e la polizia mozambicana li blinda tutti e li ricarica nella nave accusandoli di collusione con la pirateria somala. E qui scatta l'excursus geopolitico. Da quando i pirati somali hanno iniziato a diventare un fenomeno economicamente rilevante Europa, Stati Uniti e Paesi esportatori hanno deciso di inviare qui in Oceano Indiano all'altezza delle coste somale un po' di fregate da guerra per fermarli. Quindi i pirati per evitare di venire pigliati si stanno spostando progressivamente più a sud per le loro scorribande. Solo che non possono arrivare fino al Canale di Mozambico a 2000 km di distanza dalla somalia senza rifornimenti. Il che significa che hanno basi anche qui in Mozambico. Ed è per questo che li hanno blindati tutti perchè le autorità mozambicane sono certe che tra tutti questi lupi di mare ci sia qualcuno che realmente sa dove siano queste basi. Questo qualcuno certo non è Vincenzo che però è da un mese qui a Beira. Ha un grande vantaggio rispetto agli altri. In quanto italiano lo hanno fatto scendere dalla nave, gli altri è da 40 giorni che sono dentro una nave attraccata al porto sotto stretta sorveglianza militare.
Il Vincenzo è cardiopatico e diabetico ma questo non gli è stato sufficiente per ottenere il visto di uscita dal Paese, lo hanno interrogato più e più volte. Si è infine provato a fingere un malore ma questo ha prodotto solo il suo trasferimento a Maputo, capitale dove ci sono i mezzi per curarlo. Quindi oggi parte per Maputo.
Adeu Vincenzo.
Ah, i pirati gli hanno rubato gli amplifon per sentire bene. Per questo è sordo come una campana. Curioso come oggetto da rubare.
Però... si me dan a elegir entre todas las vidas yo escojo
la del pirata cojo con pata de palo, con parche en el ojo, con cara de malo (è Joaquin Sabina).
Beh dietro questa sagoma si nasconde un grande personaggio. Nato a Olbia, ha sempre lavorato facendo riparazioni subacquee a navi e pontili. Di passo gestiva anche un night e gestiva il mercato di macchine rubate di Olbia. Ad un certo punto si è rotto i coglioni ed è partito per il Kenya. Qui ha sposato una africana (terza moglie) e si è costruito una casa ed un villaggio turistico. Ma stanco di questa tipa è ripartito alla volta del Madagascar. Qui ha fatto lo stesso: africana + casa. Ma anche qui dopo un po' la tipa ha iniziato a portargli a casa tutta la famiglia poverissima quindi lui ha deciso di andare via. Ma prima di partire gli andava di fare un giro con la barca di un amico- un franco-italiano dai traffici poco chiari. Così sono partiti su questa nave per una battuta di pesca con 18 uomini del madagascar di equipaggio e due donne del capitano. Una mattina all'alba mentre dormivano i pirati li hanno agganciati, sono saliti in nave con i mitra, li hanno legati e chiusi in stiva. Così sono stati per una decina di giorni poi i pirati hanno attaccato una nave più grande e così li hanno smollati sulla nave, senza carburante, senza acqua potabile, senza viveri. La sorte ha voluto che una pioggia intensissima li abbia riforniti di acqua e che la corrente li abbia portati verso terra. In vista del porto di Beira. Qui sono quindi arrivati e, scesi dalla nave, sono andati in giro per la città a sbronzarsi e a raccontare l'accaduto. Non sapevano che la loro avventura iniziava in quel momento. Tempo qualche ora e la polizia mozambicana li blinda tutti e li ricarica nella nave accusandoli di collusione con la pirateria somala. E qui scatta l'excursus geopolitico. Da quando i pirati somali hanno iniziato a diventare un fenomeno economicamente rilevante Europa, Stati Uniti e Paesi esportatori hanno deciso di inviare qui in Oceano Indiano all'altezza delle coste somale un po' di fregate da guerra per fermarli. Quindi i pirati per evitare di venire pigliati si stanno spostando progressivamente più a sud per le loro scorribande. Solo che non possono arrivare fino al Canale di Mozambico a 2000 km di distanza dalla somalia senza rifornimenti. Il che significa che hanno basi anche qui in Mozambico. Ed è per questo che li hanno blindati tutti perchè le autorità mozambicane sono certe che tra tutti questi lupi di mare ci sia qualcuno che realmente sa dove siano queste basi. Questo qualcuno certo non è Vincenzo che però è da un mese qui a Beira. Ha un grande vantaggio rispetto agli altri. In quanto italiano lo hanno fatto scendere dalla nave, gli altri è da 40 giorni che sono dentro una nave attraccata al porto sotto stretta sorveglianza militare.
Il Vincenzo è cardiopatico e diabetico ma questo non gli è stato sufficiente per ottenere il visto di uscita dal Paese, lo hanno interrogato più e più volte. Si è infine provato a fingere un malore ma questo ha prodotto solo il suo trasferimento a Maputo, capitale dove ci sono i mezzi per curarlo. Quindi oggi parte per Maputo.
Adeu Vincenzo.
Ah, i pirati gli hanno rubato gli amplifon per sentire bene. Per questo è sordo come una campana. Curioso come oggetto da rubare.
Però... si me dan a elegir entre todas las vidas yo escojo
la del pirata cojo con pata de palo, con parche en el ojo, con cara de malo (è Joaquin Sabina).
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