Kuplumussana è il nome di un’associazione di madri abbandonate sieropositive che appoggia il nostro progetto. Si occupano soprattutto di sensibilizzazione e di fare le cosiddette busquas. In pratica vanno a cercare i bambini che per un motivo o per l’altro, e sono tanti, abbandonano il trattamento o non vengono più alle visite.
A Beira c’è una persona sieropositiva ogni tre; la provincia di Sofala è quella con il maggior tasso di sieropositività in tutto il paese ed uno dei più alti di tutta l’Africa. Ciò nonostante la malattia resta una forte stigma sociale, fonte di grande discriminazione. E’ dunque piuttosto raro che la gente faccia il test per propria volontà e normalmente lo fanno o quando prendono qualche infezione grave oppure, per le donne, quando rimangono incinta. Tutte le donne, infatti, sanno che se durante la gravidanza prendono dei farmaci e se prendono certe accortezze al momento del parto, è molto probabile che loro figlio nasca sano. Per amor materno quindi molte donne fanno il test. Spesso però quando dicono ai loro uomini che apanharon a doença vengono abbondanate e lasciate sole. Una volta che i mariti le abbandonano è chiaro che non diventa facile nascondere il fatto che sono positive, visto che anche il marito lo sbandiera in giro come buona ragione per averle lasciate. Molte, per evitare che ciò accada, prendono di nascosto i farmaci e non dicono niente al marito che intanto continua a passare il virus in giro dato che la fedeltà coniugale è piuttosto precaria. Inoltre non è facile tenere nascosto il fatto che si prendono due pastiglie al giorno e questo porta molto spesso ad una pessima compliance al trattamento e di conseguenza molti bambini nascono positivi.
Le madri di Kuplumussana, abbandonate, discriminate, senza lavoro e con in media uno, due figli a carico, hanno deciso di ribellarsi a questa situazione e di usarla invece a proprio vantaggio. Assolutamente fiere, a testa alta, se ne vanno in giro per la città dicendo a tutti che sono sieropositive. Ma dicendo anche che, siccome predono bene i farmaci perché non devono nascondere nulla a nessuno, sono in perfetta salute. Come i loro figli, che sono negativi visto che loro hanno potuto seguire il trattamento in gravidanza. Questo processo di emancipazione che hanno fatto, le ha rese diverse. Sono donne molto sveglie, molto curiose nei confronti di tutto, libere. Non sono assolutamente relegate alla vita familiare ma invece molto partecipi della vità di comunità.
Ognuna di loro ha una storia che mette i brividi. Quasi tutte erano arrivate ai margini della società, che qui vuol dire star veramente male, non avere una casa, vivere in assoluta povertà, sopravvivendo grazie ai pochi soldi che si possono guadagnare lavorando saltuariamente nelle risaie che sorgono un po’ ovunque nelle periferie della città.
Venendo al conzertìn, ieri as maes organizzavano un concerto di sensibilizzazione e mi avevano invitato. Nonostante fosse sabato io lavoravo e mi ero dato appuntamento con una di loro alle due del pomeriggio. Solo che ho finito di lavorare alle cinque e quindi, quando sono arrivato in bici ai 100 all’ora al loro escritorio, ovviamente erano già tutte uscite e rimaneva solo Teresa, la tesoriera dell’associazione. Teresa non è proprio il tipo da concerto, è proprio per questo che le hanno dato la funzione che ha, è un po’ più adulta delle altre, tipo sui 40 anni, ed ha tutto l’aspetto della siura per bene . Cerco di convincerla ad accompagnarmi al concerto ma nada, mi dice che posso tranquillamente andarci da solo “apanha chapa atè praça sete de setembro e depois vai um poco dentro do bairro, aaaa, eso è muito facil”. No, in quel quartiere non ci potevo entrare da solo e se l’avessi fatto sarei finito perso, derubato e circondato da bambini festanti. Ma ecco che, colpo di culo, passa di là Amelia con il suo pupo, una mamma dell’associazione, che giusto stava andando lì, anche se pure lei non sapeva bene dove fosse. Di corsa, che ormai era tardi, ci avviamo verso la festa. Amelia ferma con un fischio da ultras il primo chapa che passa a tiro. Il momento in cui le madri si siedono dentro lo chapa è spettacolare. Innanzitutto, lo chapa è il mezzo di trasporto principale in Mozambico, un furgoncino scassato nel quale caricano un numero sempre esagerato di persone. Comunque le donne entrano col bambino sulla schiena dal portellone a scorrimento laterale. Il bambino per pochi millimetri non stampa il cranio sullo stipite in alto. Poi, secondo passo, tra gli spintoni della gente, si siedono, si lanciano sul sedile e tu dici “cazzo adesso lo schiaccia, il bocia”, invece un secondo prima di appoggiarsi sul sedile con un giro di kapulana il bambino finisce davanti alla madre tra le sue braccia. Il tutto, ovviamente, senza emettere un vagito.
Tooooooootal, che arriviamo ai margini di ‘sto quartiere –sexto bairro- e li ci aspetta un’altra das maes, Manica, pure lei con il suo bebè in spalla. Ci addentriamo tra le baracche, alcune di lamiera altre in legno, altre in cartone, per vicoli superstretti. Fango, pozze d’acqua, galline, cani. Passiamo per un piccolo mercato di frutta e verdura ed infine arriviamo ad una piazza (più spiazzo che piazza) dove su un camion sta suonando un piccolo complesso. La prima domanda che mi faccio è “da dove cazzo è entrato il camion?”. Comunque presto mi dimentico della questione vedendo che il mio arrivo non è stato proprio così discreto. La banda per un secondo si ferma di suonare per guardarmi ed il centinaio di persone che c’erano, mi guardano e ridono tra loro. Io vengo preso in consegna dalle madri che contente mi spiegano un po’ di cose sull’organizzazione dell’evento e chiedono spiegazioni sul mio ritardo. Quindi mi dedico ad ascoltare il concerto e mi lascio scappare un minimo movimento d’anca, il classico, per non restare proprio fermo impalato, che subito viene notato dalle mamme che iniziano a ballare scatenate dicendo “o doctor daniel baila tambè”. Yes.
Devo dire che non una foto vi avrei risparmiato tutte queste parole e, sapendolo, mi ero portato la macchina fotografica con me, ma non me la sono sentita di tirarla fuori. La prossima volta lo farò, giuro. Ah, sì ad un certo punto, finito il concerto, tutti i bambini li vedo in cerchio a tirare sabbia e fango contro un tipo al centro. Era pure lui un bambino ritardato ed in preda a delle convulsioni. Chiedo se si puo’ fare qualcosa ma mi par di capire che è una cosa piuttosto normale. Amarezza.
Comunque la giornata finisce con ritorno sopra al camion del concerto, lo scambio del numero di telefono con i tipi della band, uno coi rasta che pareva lenny kravitz, un grande temporale che ci lava tutti, poi di nuovo il sole, poi li aiuto a scaricare gli strumenti e mi accompagnano a casa, sempre sul cassone del camion.
supergordo, mille buri ora nel tuo escritorio...
RispondiEliminadovresti camuffare la tua macchina, tipo ricoprirla con carta di formaggio, perche vogliamo fotoo...
superfico, ci si sta ambientand eh!
bellanzia
gordo, o meu chefe che vai no bairo para dançar, o doctor Daniel dança tambem... pega o Bonji no brasil o Chapa en Beira...
RispondiEliminasarenity.
eviterei di andare con macchina fotografica sia rivestita di carta da giornale che nascosta dentro le mudandex se non vuoi che te ne regaliamo un'altra quando torni in cartonex.
Come siamo messi con l'abuso di alcolici e sostanzie divertenti?
Ciao! Sono una delle figlie di Lalla...troppo carino il modo in cui scrivi :-)...mi sembrava di esser li :-)!
RispondiEliminaun immenso abbraccio a te ed a tutti a Beira (un molto molto grande a mia mamma :-))
Fatou