Si usano anche così.
martedì 28 giugno 2011
lunedì 27 giugno 2011
Prima Gita
Eccoci qui ritornati a Beira dopo un week end al parco di Gorongosa!
Allora,premetto che nonostante temessi il peggio sono riuscita ad arrivare senza sbagliare aereo,senza dimenticare il passaporto e sopratutto senza perdermi in qualche aeroporto.
Ovviamente non essendo mai uscita dall'Europa (escludendo la Turchia) sono come una mocciosetta che si meraviglia di tutto e fa domande imbecilli...per fortuna nessuno mi capisce.
Comunico metà in italiano e metà in pseudospagnolo e le risposte che mi danno sono come delle lunghissime supercazzole in cui capisco tre parole e per il resto o annuisco o rido se qualcuno ride, mi pare funzioni abbastanza. Qui sono tutti di una gentilezza rara.
Ci sarebbero molte cose da dire e molte impresioni da raccontare ma per ora torniamo al nostro week end...dopo 4 ore di macchina insieme a Tiziana,Luca e la piccola Camilla siamo approdati al parco del Gorongosa.
Pecorrendo la strada che portava al parco, passata già la prima entrata, abbiamo trovato sulla strada due elefanti!
Dopo aver emesso uno "woow", dopo averlo ridetto mentre venivano verso di noi, ed averlo ripetuto con un dubbio crescente mano a mano che avanzavano sempre verso di noi, mi sono un attimo agitata facendo notare la cosa...ma erano tutti molto tranquilli, perfino Dani!
Fortunatamente alla fine si sono spostati a lato,nella vegetazione, e noi gli siamo passati vicini.Uno di loro ci ha ringhiato. So che può sembrare pazzesco ma vi giuro che ha farro una spece di verso misto tra sbuff e ringhiata. Siamo ripartiti in fretta.
Ecco una foto a dimostrazione di quanto erano vicini (considerando che la mia macchina ha uno zoom inesistente)
Arrivati al parco nel pomeriggio abbiamo fatto un giretto all'interno e abbiamo visto gazzelle,un'aquila,altri animali tipo gazzalle,scimmie e facoceri a volontà.
La sera mentre eravamo a bere una birra, nella tv del ristorante facevano vedere il parco negli anni '60 ed era nettamente diverso. Durante i vent'anni di guerra civile gli animali sono stati cacciati e mangiati dai soldati della Renamo (il partito "ribelle") per sopravvivere e da quelli della Frelimo per impedire a quest'ultimi di farlo. Il parco è stato quindi abbandonato a sè stesso. Ad oggi la parte centrale con gli alloggi è messa molto bene, ma all'interno del parco le strutture sono distrutte e gli animali languono ovviamente. Piano piano si ripopolerà sicuramente,considerando che c'è una crescita annuale del 10%.
Nel parco,come a Beira, c'è questa grande contraddizione tra passato e presente, tra qualcosa che è stato costruito dagli e per gli europei, e la realtà di un paese che è decisamente diversa. Hanno confezionato a questa città un bell'abito alla moda ma purtroppo questa moda non gli appartiene .
Allora,premetto che nonostante temessi il peggio sono riuscita ad arrivare senza sbagliare aereo,senza dimenticare il passaporto e sopratutto senza perdermi in qualche aeroporto.
Ovviamente non essendo mai uscita dall'Europa (escludendo la Turchia) sono come una mocciosetta che si meraviglia di tutto e fa domande imbecilli...per fortuna nessuno mi capisce.
Comunico metà in italiano e metà in pseudospagnolo e le risposte che mi danno sono come delle lunghissime supercazzole in cui capisco tre parole e per il resto o annuisco o rido se qualcuno ride, mi pare funzioni abbastanza. Qui sono tutti di una gentilezza rara.
Ci sarebbero molte cose da dire e molte impresioni da raccontare ma per ora torniamo al nostro week end...dopo 4 ore di macchina insieme a Tiziana,Luca e la piccola Camilla siamo approdati al parco del Gorongosa.
Pecorrendo la strada che portava al parco, passata già la prima entrata, abbiamo trovato sulla strada due elefanti!
Dopo aver emesso uno "woow", dopo averlo ridetto mentre venivano verso di noi, ed averlo ripetuto con un dubbio crescente mano a mano che avanzavano sempre verso di noi, mi sono un attimo agitata facendo notare la cosa...ma erano tutti molto tranquilli, perfino Dani!
Fortunatamente alla fine si sono spostati a lato,nella vegetazione, e noi gli siamo passati vicini.Uno di loro ci ha ringhiato. So che può sembrare pazzesco ma vi giuro che ha farro una spece di verso misto tra sbuff e ringhiata. Siamo ripartiti in fretta.
Ecco una foto a dimostrazione di quanto erano vicini (considerando che la mia macchina ha uno zoom inesistente)
Arrivati al parco nel pomeriggio abbiamo fatto un giretto all'interno e abbiamo visto gazzelle,un'aquila,altri animali tipo gazzalle,scimmie e facoceri a volontà.
La sera mentre eravamo a bere una birra, nella tv del ristorante facevano vedere il parco negli anni '60 ed era nettamente diverso. Durante i vent'anni di guerra civile gli animali sono stati cacciati e mangiati dai soldati della Renamo (il partito "ribelle") per sopravvivere e da quelli della Frelimo per impedire a quest'ultimi di farlo. Il parco è stato quindi abbandonato a sè stesso. Ad oggi la parte centrale con gli alloggi è messa molto bene, ma all'interno del parco le strutture sono distrutte e gli animali languono ovviamente. Piano piano si ripopolerà sicuramente,considerando che c'è una crescita annuale del 10%.
Nel parco,come a Beira, c'è questa grande contraddizione tra passato e presente, tra qualcosa che è stato costruito dagli e per gli europei, e la realtà di un paese che è decisamente diversa. Hanno confezionato a questa città un bell'abito alla moda ma purtroppo questa moda non gli appartiene .
giovedì 23 giugno 2011
giovedì 16 giugno 2011
Malnutrizione II
La malnutrizione è un posto orribile. Bisogna abituarsi, devi imparare a dimenticarlo nel momento in cui esci. Sui letti girano un sacco di scarafaggi. E' pieno di mosche. I pazienti puzzano di stalla.
I bambini muoiono, quelli vivi sono tristi, la mamme e le nonne urlano e si disperano che tolgono il cuore. Ti senti incapace, inutile e lo sei. Parti la mattina dai bambini che stanno peggio fino ad arrivare in fondo alla grande sala (conta 15 letti per lato, spesso con più bambini) e trovi quelli che lì ci sono arrivati, che ormai stanno bene. Bisogna andarsene a casa pensando a questi. Non ai primi che non sai se troverai il giorno dopo. Man mano che avanzo lungo il reparto mi riempio di dubbi sui pazienti già visti e poi questi dubbi rimangono con me fino a casa, fino a prima di dormire. I colleghi medici mozambicani sono giovani e bravissimi. L'esperienza gli permette di decifrare questi bambini complicatissimi con un'occhiata. Mi aiutano un sacco. A volte sbagliano ma sono errori inevitabili vista l'assenza di mezzi diagnostici efficaci.
Ecco. Adesso capite un po' meglio cosa sia la malnutrizione.
I bambini muoiono, quelli vivi sono tristi, la mamme e le nonne urlano e si disperano che tolgono il cuore. Ti senti incapace, inutile e lo sei. Parti la mattina dai bambini che stanno peggio fino ad arrivare in fondo alla grande sala (conta 15 letti per lato, spesso con più bambini) e trovi quelli che lì ci sono arrivati, che ormai stanno bene. Bisogna andarsene a casa pensando a questi. Non ai primi che non sai se troverai il giorno dopo. Man mano che avanzo lungo il reparto mi riempio di dubbi sui pazienti già visti e poi questi dubbi rimangono con me fino a casa, fino a prima di dormire. I colleghi medici mozambicani sono giovani e bravissimi. L'esperienza gli permette di decifrare questi bambini complicatissimi con un'occhiata. Mi aiutano un sacco. A volte sbagliano ma sono errori inevitabili vista l'assenza di mezzi diagnostici efficaci.
Ecco. Adesso capite un po' meglio cosa sia la malnutrizione.
mercoledì 8 giugno 2011
Malnutrizione
In queste ultime settimane il mio lavoro è un po' cambiato. Lavoravo in parte all'ospedale ed in parte nei Centri di Salute della periferia della città. Ora lavoro tutti i giorni in ospedale e solo nel pomeriggio, non sempre e comunque non per attività clinica, mi sposto nei Centri di Salute. Questo riassestamento dell'attività lavorativa è dovuto al fatto che in quest' ultimo mese lavorerò nel reparto di malnutrizione dove il tipo di malato rende necessaria un'osservazione quotidiana da parte della stessa persona.
E' utile specificare cosa sia il reparto di malnutrizione non esistendo nulla di simile nelle nostre pediatrie. Bisogna partire da alcune considerazioni. Il bambino si alimenta non solo per avere le energie per le sue normali attività (di solito giocare, qui anche lavorare) ma ha bisogno anche delle energie per crescere. Ha poi bisogno di una dieta il più equilibrata possibile nel senso di completezza in micronutrienti (vitamine e minerali) proprio in ragione della sua crescita. Allo stesso tempo il bambino non ha la capacità di trovarsi il cibo e dipende da chi lo accudisce (qui troppo spesso non i genitori); in molte famiglie i pasti si fanno su un'unico piatto ed il bambino non ha la capacità di farsi valere e finisce per mangiare troppo poco. Insomma la necessità di un reparto di malnutrizione nasce in contesti sociali nei quali l'accesso agli alimenti non è sufficiente ed i primi a soffrire di tale situazione, per i motivi che abbiamo detto, sono i bambini.
In parte sono quindi spiegate le cause del perchè si arriva ad avere un bambino malnutrito. Ora resta da spiegare perchè serva un reparto, il più grande della pediatria, per rimetterlo in sesto. Non basta assicurarsi che inizi a mangiare come si deve?
I bambini malnutriti non lo sono da qualche settimana, la malnutrizione è un processo che si realizza nel corso di mesi e talvolta anni. Raggiungono un equilibrio precario che gli permette solo di sopravvivere. In questi corpi assolutamente debilitati tutto si indebolisce, si atrofizza. Non c'è grasso. Non ci sono muscoli e non c'è la forza per muoverli. Non c'è energia per pensare, lo sguardo è fisso nel vuoto e la reazione a qualsiasi stimolo è un pianto lamentoso. Anche le difese immunitarie sono deboli e questi corpi ospitano di conseguenza ogni tipo di infezione, da quella respiratoria a quella intestinale. Non possono tornare a mangiare normalmente, l'intestino non è più abituato a ricevere cibo e ad assorbirlo. Non possono nemmeno bere quanto vorrebbero, il cuore si è abituato a lavorare con minime cariche di liquidi ed un'improvviso aumento dei volumi lo farebbe collassare.
Ruolo di medici ed infermieri è quello di accompagnare questi piccoli lungo un lento ritorno alla normale ripresa di tutte le loro attività. E quindi dobbiamo difenderli dalle infezioni e debellare quelle già presenti. Dobbiamo iniziare una lenta e graduale rialimentazione con poche quantità di preparati altamente energetici. Rifornire le scorte delle principali vitamine, di ferro e degli altri microelementi. Il processo dura dalle tre alle sei settimane.
In buona parte della letteratura medica che ho letto tra i segni prognostici positivi in questi pazienti c'è la ricomparsa del sorriso nei primi giorni dopo la ripresa dell'alimentazione. Mi ha colpito trovare un segno di questo tipo nei freddi articoli o manuali di medicina.
Ho visto qualcuno di questi sorrisi e sembrano volerti dire: "Ce l'ho fatta, si ricomincia".
Quando il bambino riparte la soddisfazione è enorme. I miglioramenti sono continui e sorprendono le mamme che si riempiono di gioia. Per mesi erano state con un figlio assente, inesistente, per loro irrecuperabile e lentamente lo vedono rifiorire sotto i loro occhi. Non volevo usare il verbo rifiorire ma per quanto patetico e sdolcinato descrive perfettamente quello che succede.
Più o meno è questa la malnutrizione.
E' utile specificare cosa sia il reparto di malnutrizione non esistendo nulla di simile nelle nostre pediatrie. Bisogna partire da alcune considerazioni. Il bambino si alimenta non solo per avere le energie per le sue normali attività (di solito giocare, qui anche lavorare) ma ha bisogno anche delle energie per crescere. Ha poi bisogno di una dieta il più equilibrata possibile nel senso di completezza in micronutrienti (vitamine e minerali) proprio in ragione della sua crescita. Allo stesso tempo il bambino non ha la capacità di trovarsi il cibo e dipende da chi lo accudisce (qui troppo spesso non i genitori); in molte famiglie i pasti si fanno su un'unico piatto ed il bambino non ha la capacità di farsi valere e finisce per mangiare troppo poco. Insomma la necessità di un reparto di malnutrizione nasce in contesti sociali nei quali l'accesso agli alimenti non è sufficiente ed i primi a soffrire di tale situazione, per i motivi che abbiamo detto, sono i bambini.
In parte sono quindi spiegate le cause del perchè si arriva ad avere un bambino malnutrito. Ora resta da spiegare perchè serva un reparto, il più grande della pediatria, per rimetterlo in sesto. Non basta assicurarsi che inizi a mangiare come si deve?
I bambini malnutriti non lo sono da qualche settimana, la malnutrizione è un processo che si realizza nel corso di mesi e talvolta anni. Raggiungono un equilibrio precario che gli permette solo di sopravvivere. In questi corpi assolutamente debilitati tutto si indebolisce, si atrofizza. Non c'è grasso. Non ci sono muscoli e non c'è la forza per muoverli. Non c'è energia per pensare, lo sguardo è fisso nel vuoto e la reazione a qualsiasi stimolo è un pianto lamentoso. Anche le difese immunitarie sono deboli e questi corpi ospitano di conseguenza ogni tipo di infezione, da quella respiratoria a quella intestinale. Non possono tornare a mangiare normalmente, l'intestino non è più abituato a ricevere cibo e ad assorbirlo. Non possono nemmeno bere quanto vorrebbero, il cuore si è abituato a lavorare con minime cariche di liquidi ed un'improvviso aumento dei volumi lo farebbe collassare.
Ruolo di medici ed infermieri è quello di accompagnare questi piccoli lungo un lento ritorno alla normale ripresa di tutte le loro attività. E quindi dobbiamo difenderli dalle infezioni e debellare quelle già presenti. Dobbiamo iniziare una lenta e graduale rialimentazione con poche quantità di preparati altamente energetici. Rifornire le scorte delle principali vitamine, di ferro e degli altri microelementi. Il processo dura dalle tre alle sei settimane.
In buona parte della letteratura medica che ho letto tra i segni prognostici positivi in questi pazienti c'è la ricomparsa del sorriso nei primi giorni dopo la ripresa dell'alimentazione. Mi ha colpito trovare un segno di questo tipo nei freddi articoli o manuali di medicina.
Ho visto qualcuno di questi sorrisi e sembrano volerti dire: "Ce l'ho fatta, si ricomincia".
Quando il bambino riparte la soddisfazione è enorme. I miglioramenti sono continui e sorprendono le mamme che si riempiono di gioia. Per mesi erano state con un figlio assente, inesistente, per loro irrecuperabile e lentamente lo vedono rifiorire sotto i loro occhi. Non volevo usare il verbo rifiorire ma per quanto patetico e sdolcinato descrive perfettamente quello che succede.
Più o meno è questa la malnutrizione.
martedì 7 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
Balkani
Mi pare che ci sia più di qualcuno che ha una mezza di fare un giro balcanico questa estate.
Così ho pensato di mettervi le foto del viaggio fatto con Ange l'anno scorso. Mi pare che nessuno le avesse ancora viste.
Le foto le ha fatte Ange chiaramente!
Foto Balcani 2010
Così ho pensato di mettervi le foto del viaggio fatto con Ange l'anno scorso. Mi pare che nessuno le avesse ancora viste.
Le foto le ha fatte Ange chiaramente!
Foto Balcani 2010
domenica 29 maggio 2011
Caia
Lo scorso fine di settimana sono stato a Caia per fare una troca de experiencia tra la associazione di mamme sieropositive di Beira, Kuplumussana, ed un'associazione di attivisti nel campo della salute di Caia, appunto.
Il Distretto di Caia si trova nel nord della provincia di Sofala, nel cuore del Mozambico, a circa 400 km da Beira. In un territorio di 3.400 mq vive una popolazione di circa 90 mila abitanti, di etnia massena. La lingua parlata è il chisena ed il portoghese trova uno spazio ben limitato. Il Distretto è delimitato a nord-est dal grande fiume Zambesi che passa proprio accanto alla città. Caia è poi attraversata da due importanti vie di comunicazione: la strada nazionale numero 1, unico corridoio di asfalto che collega il nord e il sud del Paese, ed una linea ferroviaria in via di ripristino. Il distretto è suddiviso istituzionalmente nei tre posti amministrativi di Caia, Murraça e Sena. L'economia dell'intera area si basa su un'agricoltura di sussistenza. Questa piccola introduzione ci inserisce nel contesto assolutamente rurale di questo distretto, ben diverso da quello di Beira.
A Caia le case sono di fango e ben distanti l'una dall'altra, a Beira le baracche sono in lamiera ed una stessa lamiera è parete per due famiglie vicine. In questa immagine sta tutta la differenza "ambientale" tra i due posti.
Da anni a Caia lavora la Cooperazione Trentina con il progetto Trentino in Mozambico. Questo è un programma multisettoriale che si sviluppa a partire dalle priorità e necessità individuate attraverso il dialogo con le realtà locali. Il progetto ha molteplici aree di intervento in quanto vuole dare un aiuto non settoriale vista la complessità ed interdipendenza dei vari aspetti della realtà locale. E così attraverso un appoggio continuo alle istituzioni locali e alle comunità, i trentini operano negli ambiti di educazione, salute, agricoltura, microcredito, pianificazione territoriale e comunicazione.
Adesso il gruppo di espatriati che lavora al progetto è composto da 8 persone ognuna della quali si occupa di un settore specifico. Sono tutti giovani, preparati e ben motivati. La loro forte motivazione credo sia anche in parte dovuta alla maggiore facilità nel rispondere alla richiesta di aiuto nel contesto rurale dove la popolazione appare più sincera ed i bisogni più evidenti. I cooperanti vivono tutti nella stessa casa e, nel bene e nel male, sono costretti ad una convivenza forzata. Non è l'isola dei famosi ma gli si avvicina, l'isolamento che nella prima è spaziale qui diventa isolamento culturale.
Noi abbiamo avuto a che fare soprattutto con la parte di salute pubblica del progetto e devo dire che chi ci lavora lo fa con molto impegno e professionalità pur trovandosi di fronte una realtà molto difficile. L'ospedale è attualmente un insieme di tende piene di topi e le diffidenze nei confronti della medicina occidentale sono ancora enormi. Tuttavia qualcosa si sta muovendo, gli attivisti dell'associazione che abbiamo incontrato, pur tra mille difficoltà, lavorano per migliorare il servizio sanitario e le conoscenze delle comunità locali (anche tramite piece teatrali) ed è stato costruito un nuovo ospedale che a Settembre verrà inaugurato e, si spera, diverrà operativo. L'espatriata che lavora nell'ambito della salute, Marta, era a Salvador con Mare ed hanno vissuto assieme. La ragazza che temporaneamente si occupa di educazione è una brasiliana che pure ha lavorato con Mare. El mundo es un puto panuelo!
Il viaggio di ritorno è stato uno spasso. Le mamme erano entusiaste del fine di settimana passato, estasiate dalla ottima comida e dal posto dove avevano dormito, per noi una scarsa bettola per loro già "luuuuxo doctor!!". Nella strada di ritorno mi hanno fatto fermare per comprare di tutto visti i bassi prezzi del campo, dai tavolini al carbone, dalla mandioca ad un cinghiale appena catturato nel bush.
In un progetto come quello di Caia servono un economo (o più), ingegneri di varie estrazioni, una laboratorista, una che insegni teatro ed altre forme di arte, un agronomo, medico interno, pediatra, ginecoloco e chirurgo. Chi si sente chiamato in causa?
Foto a caso
Il Distretto di Caia si trova nel nord della provincia di Sofala, nel cuore del Mozambico, a circa 400 km da Beira. In un territorio di 3.400 mq vive una popolazione di circa 90 mila abitanti, di etnia massena. La lingua parlata è il chisena ed il portoghese trova uno spazio ben limitato. Il Distretto è delimitato a nord-est dal grande fiume Zambesi che passa proprio accanto alla città. Caia è poi attraversata da due importanti vie di comunicazione: la strada nazionale numero 1, unico corridoio di asfalto che collega il nord e il sud del Paese, ed una linea ferroviaria in via di ripristino. Il distretto è suddiviso istituzionalmente nei tre posti amministrativi di Caia, Murraça e Sena. L'economia dell'intera area si basa su un'agricoltura di sussistenza. Questa piccola introduzione ci inserisce nel contesto assolutamente rurale di questo distretto, ben diverso da quello di Beira.
A Caia le case sono di fango e ben distanti l'una dall'altra, a Beira le baracche sono in lamiera ed una stessa lamiera è parete per due famiglie vicine. In questa immagine sta tutta la differenza "ambientale" tra i due posti.
Da anni a Caia lavora la Cooperazione Trentina con il progetto Trentino in Mozambico. Questo è un programma multisettoriale che si sviluppa a partire dalle priorità e necessità individuate attraverso il dialogo con le realtà locali. Il progetto ha molteplici aree di intervento in quanto vuole dare un aiuto non settoriale vista la complessità ed interdipendenza dei vari aspetti della realtà locale. E così attraverso un appoggio continuo alle istituzioni locali e alle comunità, i trentini operano negli ambiti di educazione, salute, agricoltura, microcredito, pianificazione territoriale e comunicazione.
Adesso il gruppo di espatriati che lavora al progetto è composto da 8 persone ognuna della quali si occupa di un settore specifico. Sono tutti giovani, preparati e ben motivati. La loro forte motivazione credo sia anche in parte dovuta alla maggiore facilità nel rispondere alla richiesta di aiuto nel contesto rurale dove la popolazione appare più sincera ed i bisogni più evidenti. I cooperanti vivono tutti nella stessa casa e, nel bene e nel male, sono costretti ad una convivenza forzata. Non è l'isola dei famosi ma gli si avvicina, l'isolamento che nella prima è spaziale qui diventa isolamento culturale.
Noi abbiamo avuto a che fare soprattutto con la parte di salute pubblica del progetto e devo dire che chi ci lavora lo fa con molto impegno e professionalità pur trovandosi di fronte una realtà molto difficile. L'ospedale è attualmente un insieme di tende piene di topi e le diffidenze nei confronti della medicina occidentale sono ancora enormi. Tuttavia qualcosa si sta muovendo, gli attivisti dell'associazione che abbiamo incontrato, pur tra mille difficoltà, lavorano per migliorare il servizio sanitario e le conoscenze delle comunità locali (anche tramite piece teatrali) ed è stato costruito un nuovo ospedale che a Settembre verrà inaugurato e, si spera, diverrà operativo. L'espatriata che lavora nell'ambito della salute, Marta, era a Salvador con Mare ed hanno vissuto assieme. La ragazza che temporaneamente si occupa di educazione è una brasiliana che pure ha lavorato con Mare. El mundo es un puto panuelo!
Il viaggio di ritorno è stato uno spasso. Le mamme erano entusiaste del fine di settimana passato, estasiate dalla ottima comida e dal posto dove avevano dormito, per noi una scarsa bettola per loro già "luuuuxo doctor!!". Nella strada di ritorno mi hanno fatto fermare per comprare di tutto visti i bassi prezzi del campo, dai tavolini al carbone, dalla mandioca ad un cinghiale appena catturato nel bush.
In un progetto come quello di Caia servono un economo (o più), ingegneri di varie estrazioni, una laboratorista, una che insegni teatro ed altre forme di arte, un agronomo, medico interno, pediatra, ginecoloco e chirurgo. Chi si sente chiamato in causa?
Foto a caso
giovedì 26 maggio 2011
Bin Laden
A molti ho già raccontato questo dialogo con Antonio una guardia di casa mia ma soprattutto un amico.
Il dialogo si svolge durante un pranzo di chima (polenta) e pesce mangiati con le mani, nei giorni successivi la cattura e morte di Osama Bin Laden.
"Ancora caldo, eh", mi fa lui.
"Ancora, ancora ma non credo che per me arriverà mai il freddo qui"
"Sheee, arriverà vedrai, avrai freddo di notte, proprio freddo"
"Non credo...."
"...."
"...."
Silenzio. Per rompere il ghiaccio chiedo: "Hai sentito che hanno ucciso Osama Bin Laden?"
"L'ho già sentito... è forse quell'indiano del negozio in centro?"
Rido. "No, Antonio, allora mi sa che non lo conosci"
"Ma l'hanno ammazzato perchè gli sono entrati in casa per rubare?" (Cosa che qui accade spesso)
"Beh, sì, in effetti, sì", rispondo io.
In quel momento spiegare chi era Bin Laden ad Antonio mi pareva un impresa ardua. E poi... chi cazzo è Bin Laden? In realtà non lo sappiamo nemmeno noi.
Passano due giorni e Antonio contrattacca: "Ma nessuno sa di questo tipo che hanno ammazzato in centro, sei proprio sicuro Daniel?".
"Ma, boh, in effetti erano voci, probabilmente ho capito male".
Il dialogo si svolge durante un pranzo di chima (polenta) e pesce mangiati con le mani, nei giorni successivi la cattura e morte di Osama Bin Laden.
"Ancora caldo, eh", mi fa lui.
"Ancora, ancora ma non credo che per me arriverà mai il freddo qui"
"Sheee, arriverà vedrai, avrai freddo di notte, proprio freddo"
"Non credo...."
"...."
"...."
Silenzio. Per rompere il ghiaccio chiedo: "Hai sentito che hanno ucciso Osama Bin Laden?"
"L'ho già sentito... è forse quell'indiano del negozio in centro?"
Rido. "No, Antonio, allora mi sa che non lo conosci"
"Ma l'hanno ammazzato perchè gli sono entrati in casa per rubare?" (Cosa che qui accade spesso)
"Beh, sì, in effetti, sì", rispondo io.
In quel momento spiegare chi era Bin Laden ad Antonio mi pareva un impresa ardua. E poi... chi cazzo è Bin Laden? In realtà non lo sappiamo nemmeno noi.
Passano due giorni e Antonio contrattacca: "Ma nessuno sa di questo tipo che hanno ammazzato in centro, sei proprio sicuro Daniel?".
"Ma, boh, in effetti erano voci, probabilmente ho capito male".
martedì 17 maggio 2011
Felicitazioni
Felicitazioni. Tutto è andato bene e siamo super felici.
Un abbraccio al nucleo familiare con nuova livrea.
Il pupi nasce il giorno in cui il vento politico pare essere (un po') cambiato. E' già una buona cosa.
Un bacio forte a tutti e quattro, ieri vi ho pensato tanto.
Un abbraccio al nucleo familiare con nuova livrea.
Il pupi nasce il giorno in cui il vento politico pare essere (un po') cambiato. E' già una buona cosa.
Un bacio forte a tutti e quattro, ieri vi ho pensato tanto.
sabato 14 maggio 2011
Grande Hotel.
Grande Hotel. Oggi ci passavo a fianco. E' un posto eccezionale, unico.
Venne costruito negli anni Cinquanta in piena epoca coloniale. Era il più grande e lussuoso hotel di tutta l'Africa.
Grandi scalinate e saloni arredati con legni pregiati fatti arrivare appositamente dall'Europa, una discoteca, una piscina olimpionica, perfino il casinò. Si rivelò eccessivo. I costi erano elevatissimi ed il turismo sempre troppo poco. Così presto venne chiuso, appena dieci anni dopo la sua apertura. Per qualche anno ancora venne adibito a discoteca e ne fu utilizzata l'enorme piscina. Poi venne la guerra, vennero le guerre. I rifugiati che arrivavano in città lo videro come un ovvio ricovero ed iniziò così l'occupazione.
Lentamente il Grande Hotel è stato depredato di tutto, dal legno che rivestiva i pavimenti di corridoi e saloni fino ai tubi del sistema idraulico ed i cavi di quello elettrico. E' rimasto solo uno scheletro di cemento. Architettonicamente è imponente, elegante ma allo stesso tempo ispira pietà.
Nei periodi di maggiore affollamento sono arrivate a viverci fino a 5000 persone. Oggi pare ve ne siano attorno alle 2000. Questi squatter senza nulla vivono in case che possono essere uno dei sottoscala delle grandi gradinate, una parte delle grandi cucine o una delle grandi celle frigorifere che si trovano nei sotterranei. Molte aree sono crollate, tutti i parapetto delle scale e delle balconate interne sono distrutti o sono stati smontati per creare altri muri interni. La grande piscina è vuota e viene usata in parte come latrina in parte come collettore di acqua piovana. All'interno non c'è luce, non c'è acqua corrente. I grandi vani degli ascensori sono diventati le discariche di questa città in miniatura. Spesso qualche bambino precipita da uno dei tre piani. I più fortunati sono quelli che cadono nel vano ascensore o nelle trombe delle scale più piccole, quelle un tempo usate dal personale di servizio. La spazzatura che si è accumulata in questi spazi li salva, attutendone la caduta.
Gli occupanti si sono inevitabilmente organizzati ed oggi c'è un presidente della comunità, c'è un tribunale interno ed una lista di anzianità per chi puo' passare ad uno spazio migliore.
Non puo' entrare chiunque, è necessaria l'autorizzazione del regolo e del presidente della comunità.
Di notte il Grande Hotel è un buco buio nel mezzo della città. Se ne intuisce l'esistenza solo per qualche lumino che si scorge nelle finestre e per le grida continue che vengono dal suo interno.
Io non ci sono mai entrato ma ogni volta che gli passo accanto cerco di intravedere squarci di vita al suo interno e scorgo bambini, decine di bambini in equilibrio su piani diroccati di cemento armato.
Il Grande Hotel ti colpisce perchè è un ossimoro. Ti colpisce l'intenzione per la quale era stato costruito e l'intenzione per la quale è abitato ora. Voleva essere "the pride of Africa" ed è diventato solo un altro slum. Voleva accogliere pochi ricchissimi eletti in appartamenti sfarzosi ed ora ospita migliaia di poveri in decrepiti buchi.

Venne costruito negli anni Cinquanta in piena epoca coloniale. Era il più grande e lussuoso hotel di tutta l'Africa.
Grandi scalinate e saloni arredati con legni pregiati fatti arrivare appositamente dall'Europa, una discoteca, una piscina olimpionica, perfino il casinò. Si rivelò eccessivo. I costi erano elevatissimi ed il turismo sempre troppo poco. Così presto venne chiuso, appena dieci anni dopo la sua apertura. Per qualche anno ancora venne adibito a discoteca e ne fu utilizzata l'enorme piscina. Poi venne la guerra, vennero le guerre. I rifugiati che arrivavano in città lo videro come un ovvio ricovero ed iniziò così l'occupazione.
Lentamente il Grande Hotel è stato depredato di tutto, dal legno che rivestiva i pavimenti di corridoi e saloni fino ai tubi del sistema idraulico ed i cavi di quello elettrico. E' rimasto solo uno scheletro di cemento. Architettonicamente è imponente, elegante ma allo stesso tempo ispira pietà.
Nei periodi di maggiore affollamento sono arrivate a viverci fino a 5000 persone. Oggi pare ve ne siano attorno alle 2000. Questi squatter senza nulla vivono in case che possono essere uno dei sottoscala delle grandi gradinate, una parte delle grandi cucine o una delle grandi celle frigorifere che si trovano nei sotterranei. Molte aree sono crollate, tutti i parapetto delle scale e delle balconate interne sono distrutti o sono stati smontati per creare altri muri interni. La grande piscina è vuota e viene usata in parte come latrina in parte come collettore di acqua piovana. All'interno non c'è luce, non c'è acqua corrente. I grandi vani degli ascensori sono diventati le discariche di questa città in miniatura. Spesso qualche bambino precipita da uno dei tre piani. I più fortunati sono quelli che cadono nel vano ascensore o nelle trombe delle scale più piccole, quelle un tempo usate dal personale di servizio. La spazzatura che si è accumulata in questi spazi li salva, attutendone la caduta.
Gli occupanti si sono inevitabilmente organizzati ed oggi c'è un presidente della comunità, c'è un tribunale interno ed una lista di anzianità per chi puo' passare ad uno spazio migliore.
Non puo' entrare chiunque, è necessaria l'autorizzazione del regolo e del presidente della comunità.
Di notte il Grande Hotel è un buco buio nel mezzo della città. Se ne intuisce l'esistenza solo per qualche lumino che si scorge nelle finestre e per le grida continue che vengono dal suo interno.
Io non ci sono mai entrato ma ogni volta che gli passo accanto cerco di intravedere squarci di vita al suo interno e scorgo bambini, decine di bambini in equilibrio su piani diroccati di cemento armato.
Il Grande Hotel ti colpisce perchè è un ossimoro. Ti colpisce l'intenzione per la quale era stato costruito e l'intenzione per la quale è abitato ora. Voleva essere "the pride of Africa" ed è diventato solo un altro slum. Voleva accogliere pochi ricchissimi eletti in appartamenti sfarzosi ed ora ospita migliaia di poveri in decrepiti buchi.
sabato 7 maggio 2011
Zimbabwe HIFA Festival
La scorsa settimana, approfittando delle ferie per la Santa Pasqua, sono andato in viaggio in Zimbabwe. La motivazione principale del viaggio risiedeva in un festival di musica e teatro che facevano nella capitale, Harare.
Lo Zimbabwe, ex Rhodesia, ha una storia diversissima da quella del Mozambico. E' uno Stato che è sempre stato molto legato agli inglesi e dove anche dopo l'indipendenza i bianchi hanno continuato ad avere un ruolo importante nella vita economica. Principalmente grazie al fatto che dopo la decolonizzazione non vi è stata una forte discontinuità e comunque il passaggio di potere è avvenuto senza una lunga lotta armata lo Zimbabwe si è andato configurando come un'eccezione nell'Africa Australe, somigliante più al SudAfrica che agli altri stati vicini, tipo o querido mozambique. E' stato per molti anni definito la Svizzera d'Africa. Tuttavia negli ultimi anni il presidente Mugabe, in carica dall''80, ha iniziato un processo di forzata espropriazione delle terre ai bianchi e di rimozione di quelli che si trovavano in posti strategici. A parte la appropiatezza o meno di questa misura, il tutto è stato fatto senza avere una classe con capacità tali da permetterle di rimpiazzare quella preesistente. E così a partire dall'ultimo decennio del secolo scorso il paese è andato incontro ad una crisi enorme che ha portato ad un crack economico con un'inflazione incontrollabile a tal punto che hanno lasciato la loro moneta adottando una valuta estera, il dollaro americano. A questo si sono sovrapposti problemi più tipicamente africani vale a dire numerose epidemie di colera che hanno falcidiato le popolazioni di numerose aree ed una delle più disastrose epidemie di HIV della storia. Quest'ultima è stata peraltro in gran parte resa possibile dalla cecità del Governo che ha voluto ammettere l'esistenza del problema solo molto tardivamente.
Date queste rapide premesse uno si aspetta di arrivare in uno Stato allo sbando ed invece mi sono stupito del contrario. Strade in ordine, città pulite e con edifici integri, supermercati. Nelle campagne, grandi coltivazioni in ordine, mietitrebbie, case in mattoni e gente con le scarpe. E' stata una visione che mi ha stupito ma in effetti credo che la ragione principale dello stupore fosse la mia provenienza, o querido mozambique, dove le mietitrebbie non ci sono, le case sono baracche, le strade sono piste e le scarpe un lusso (che spesso va spaiato).
Detto questo, le cose che vanno ricordate del viaggio:
1. Festival da paura con gruppi veramenti belli ed emozionanti tra i quali cito Nneka (nigerotedesca con band newyorkbronx-camerun-brasile-australia) e i Publish The Quest (gruppo di Seattle un pò rock, un po' pop, un po' ska, un po' blues ma in generale gordo);
2. Ostello poco accogliente pieno di preservativi (usati e nuovi) e manifesti sulla prevenzione del colera appesi a tutte le pareti al parco Chimanimani e casa invece molto accogliente con grigliata di carne annessa sul lago Chivero;
3. Viaggio in taxi con autista completamente sbronzo e rischio botto serio o botte serie (alla fine solo botto piccolo contro il cancello di una casa innocente);
4. Arrivare a 500 metri dalla cima della montagna più alta del Mozambico e tornare indietro non si puo' fare e continuerò a non permettere che le persone amate lo facciano (!);
5. La condivisione della stanza in ostello con una pazza Sudafricana che quando le chiedevi il nome rispondeva: "I'm the only African Gipsy Reggae Terrorist" e poi tornava sfatta alle 7 di mattina;
6. Il migliore ristorante di tutta Harare è un cinese che la rosticceria "Il mandarino" dell'Arcella gli dà fumo;
7. Rimettersi la felpa dopo 4 mesi è una sensazione piacevole.
P.S. Al Festival, come sul treno o negli autobus, c'era una specie di terza classe. Le tipologie di concerti erano, infatti, tre. Quelli fuori dal recinto del festival, gratuiti e di qualità bassissima. Quelli gratuiti dentro il festival a cui si accedeva con un biglietto da 5 dollari giornalieri, di qualità discreta. Infine quelli a pagamento dentro il festival dove oltre all'entrata bisognava pagare un biglietto extra. Ovviamente come su treni e autobus la differenza di utenza era apprezzabile visivamente ed ai concerti più belli (e constosi) ci si ritrovava quasi esclusivamente circondati da bianchi.
Photos!
Lo Zimbabwe, ex Rhodesia, ha una storia diversissima da quella del Mozambico. E' uno Stato che è sempre stato molto legato agli inglesi e dove anche dopo l'indipendenza i bianchi hanno continuato ad avere un ruolo importante nella vita economica. Principalmente grazie al fatto che dopo la decolonizzazione non vi è stata una forte discontinuità e comunque il passaggio di potere è avvenuto senza una lunga lotta armata lo Zimbabwe si è andato configurando come un'eccezione nell'Africa Australe, somigliante più al SudAfrica che agli altri stati vicini, tipo o querido mozambique. E' stato per molti anni definito la Svizzera d'Africa. Tuttavia negli ultimi anni il presidente Mugabe, in carica dall''80, ha iniziato un processo di forzata espropriazione delle terre ai bianchi e di rimozione di quelli che si trovavano in posti strategici. A parte la appropiatezza o meno di questa misura, il tutto è stato fatto senza avere una classe con capacità tali da permetterle di rimpiazzare quella preesistente. E così a partire dall'ultimo decennio del secolo scorso il paese è andato incontro ad una crisi enorme che ha portato ad un crack economico con un'inflazione incontrollabile a tal punto che hanno lasciato la loro moneta adottando una valuta estera, il dollaro americano. A questo si sono sovrapposti problemi più tipicamente africani vale a dire numerose epidemie di colera che hanno falcidiato le popolazioni di numerose aree ed una delle più disastrose epidemie di HIV della storia. Quest'ultima è stata peraltro in gran parte resa possibile dalla cecità del Governo che ha voluto ammettere l'esistenza del problema solo molto tardivamente.
Date queste rapide premesse uno si aspetta di arrivare in uno Stato allo sbando ed invece mi sono stupito del contrario. Strade in ordine, città pulite e con edifici integri, supermercati. Nelle campagne, grandi coltivazioni in ordine, mietitrebbie, case in mattoni e gente con le scarpe. E' stata una visione che mi ha stupito ma in effetti credo che la ragione principale dello stupore fosse la mia provenienza, o querido mozambique, dove le mietitrebbie non ci sono, le case sono baracche, le strade sono piste e le scarpe un lusso (che spesso va spaiato).
Detto questo, le cose che vanno ricordate del viaggio:
1. Festival da paura con gruppi veramenti belli ed emozionanti tra i quali cito Nneka (nigerotedesca con band newyorkbronx-camerun-brasile-australia) e i Publish The Quest (gruppo di Seattle un pò rock, un po' pop, un po' ska, un po' blues ma in generale gordo);
2. Ostello poco accogliente pieno di preservativi (usati e nuovi) e manifesti sulla prevenzione del colera appesi a tutte le pareti al parco Chimanimani e casa invece molto accogliente con grigliata di carne annessa sul lago Chivero;
3. Viaggio in taxi con autista completamente sbronzo e rischio botto serio o botte serie (alla fine solo botto piccolo contro il cancello di una casa innocente);
4. Arrivare a 500 metri dalla cima della montagna più alta del Mozambico e tornare indietro non si puo' fare e continuerò a non permettere che le persone amate lo facciano (!);
5. La condivisione della stanza in ostello con una pazza Sudafricana che quando le chiedevi il nome rispondeva: "I'm the only African Gipsy Reggae Terrorist" e poi tornava sfatta alle 7 di mattina;
6. Il migliore ristorante di tutta Harare è un cinese che la rosticceria "Il mandarino" dell'Arcella gli dà fumo;
7. Rimettersi la felpa dopo 4 mesi è una sensazione piacevole.
P.S. Al Festival, come sul treno o negli autobus, c'era una specie di terza classe. Le tipologie di concerti erano, infatti, tre. Quelli fuori dal recinto del festival, gratuiti e di qualità bassissima. Quelli gratuiti dentro il festival a cui si accedeva con un biglietto da 5 dollari giornalieri, di qualità discreta. Infine quelli a pagamento dentro il festival dove oltre all'entrata bisognava pagare un biglietto extra. Ovviamente come su treni e autobus la differenza di utenza era apprezzabile visivamente ed ai concerti più belli (e constosi) ci si ritrovava quasi esclusivamente circondati da bianchi.
Photos!
domenica 17 aprile 2011
Formazioni con scazzi.
Accanto alla parte clinica del lavoro che sto facendo c'è la parte di formazione del personale locale e quella della raccolta dati.
Sono due componenti fondamentali del lavoro del cooperante in campo sanitario dalle quali non si puo' prescindere. L'attività clinica isolata, infatti, rappresenta un aiuto verticale, calato dall'alto, per forza di cose limitato nel tempo, nella durata del progetto. Se, però, ad essa si affianca un'attività di formazione del personale sanitario locale ecco che l'impatto sul sistema diventa più duraturo e sostenibile. Si tratta, in pratica, di agire nell'ottica del rafforzamento dei sistemi sanitari locali e non di mettere in atto un programma, magari ben visibile agli occhi dei donatori e perfettamente funzionanate, ma sempre fine a sè stesso, privo di una sostenibilità dal lato della controparte locale.
Il progetto verticale, chiamiamolo così, è quello che utilizza in gran parte risorse umane espatriate, si occupa di un problema limitato, la malaria, la tubercolosi, ecc., e che interagisce con le autorità locali solo nell' atto di ottenere l'autorizzazione ad operare. Attuare un intervento di questo tipo è più semplice e per questo l'Africa è piena di progetti con queste caratteristiche.
Proprio in questa stessa ottica anche la raccolta dei dati diventa fondamentale al fine di poter attuare un confronto tra prima e dopo l'intervento e di rendere possibile il monitoraggio dei risultati come sistema di valutazione dell'efficacia dell'intera macchina salute.
Comunque non voglio fare una lezione sulla cooperazione sanitaria ma solo un secondo calarvi nel contesto di quello che è successo oggi.
Ero appunto in un centro di salute, Nhaconjo, a fare una revisione delle cartelle cliniche con parallela raccolta dati. Il numero di cartelle è enorme e per tale ragione in queste attività si coinvolge tutto il personale sanitario che lavora nel centro. Si fa una piccola formazione e poi, di solito il Sabato quando il centro è chiuso, si passa all'azione. I vari infermieri, tecnici, farmacisti e ostetriche iniziano a scartabellare con le varie cartelle e a raccogliere dati su moduli da noi preparati. Tali dati sono preziosissimi e permettono di capire, grazie ai dati epidemiologici che da essi si estrapolano e ad indicatori scelti ad hoc, il reale funzionamento di determinati interventi.
Faccio un esempio. Una mamma sieropositiva puo' trasmettere l'HIV al bambino in tre momenti, la gravidanza, il parto e l'allattamento. Per tutti questi tre momenti c'è, oggi, un modo di ridurre la possibilità di infezione. In gravidanza si prendono dei farmaci per ridurre la carica virale, nel momento del parto si fa il cesareo ed una breve profilassi al bambino e l'allattamento materno viene semplicemente sostituito con quello artificiale. In questo modo, in Europa, una madre sieropositiva che mette alla luce un bebè ha una probabiltà bassissima di infettarlo, vicina allo 0. In Africa è chiaramente più complesso ed il problema maggiore è legato all'impossibilità di dare al piccolo solo latte artificiale. Nonostante questo seguendo con i farmaci la madre in gravidanza ed il momento del parto, e garantendo un allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi si è visto che la percentuale di trasmissione verticale si abbassa tantissimo, al 2% circa. Il dato, 2%, viene dato dall'OMS, si riferisce a contesti africani e dovrebbe essere quindi rispettato anche a Beira visto che i programmi di prevenzione della trasmissione verticale dell'HIV sono attivi e funzionanti nel pubblico, dunque senza limiti di accessibilità. Peccato che il dato sia rispettato secondo i dati governativi ma, stando a quello che abbiamo raccolto noi, la percentuale di trasmissione verticale si aggira sul 15%. E' una percentuale altissima se si pensa che la fetta di bambini infettati rappresenta un'intera popolazione di malati alla nascita, evitabile, e che mina pesantemente il futuro della società.
Mi sono un po' perso. Cerco di tornare alla giornata di oggi.
Chiaramente il personale sanitario locale non partecipa a tali momenti perchè crede nell'importanza della raccolta dati, o almeno solo una minimissima parte lo fa per questo motivo. Il vero incentivo è rappresentato dal fatto che viene dato un per diem, un compenso per il lavoro svolto, e viene offerto il pranzo ai partecipanti. Questo crea non pochi problemi. Il primo, parlo solo di questo perchè ha a che fare con quanto è capitato oggi, è che molta gente viene a lavorare solo per ritirare i soldi e poi non lavora ma fa solo finta. E quindi capita spesso che durante le formazioni ci sia un gruppetto che dorme, qualcuno che si infratta ed arriva solo al momento del pagamento ed altre cose simili. Sono episodi assolutamente comprensibili, fisiologici, che sono da mettere in conto quando, in questo contesto, si decide di lavorare in questa maniera.
Ma oggi si è superato il limite. E' arrivato a lavorare, ed io ero il supervisore, un tipo ubriaco che non solo è arrivato in ritardo e non ha fatto nulla ma ha anche disturbato tutti gli altri rendendo più difficile per tutti il lavoro. Io inizialmente gli ho solo chiesto di stare un po' più tranquillo ma poi, quando è arrivato il momento del pagamento, gli ho detto che non lo avrei pagato. Figuratevi, è scoppiato il finimondo, il tipo si è superincazzato e se ne andato bestemmiando ma soprattutto, cosa che non mi aspettavo, mi hanno dato addosso anche tutti gli altri che avevano lavorato. Portavano giustificazioni improbabili del tipo che comunque lui era venuto a lavorare un Sabato e quindi doveva essere pagato. Insomma mi sono inimicato tutto il centro di salute e forse non ne valeva la pena.
Ci sarebbero secondo me tutta una serie di cose da rivedere sul metodo del per diem ma non le dico che credo di avervi già scocciato abbastanza.
Sono due componenti fondamentali del lavoro del cooperante in campo sanitario dalle quali non si puo' prescindere. L'attività clinica isolata, infatti, rappresenta un aiuto verticale, calato dall'alto, per forza di cose limitato nel tempo, nella durata del progetto. Se, però, ad essa si affianca un'attività di formazione del personale sanitario locale ecco che l'impatto sul sistema diventa più duraturo e sostenibile. Si tratta, in pratica, di agire nell'ottica del rafforzamento dei sistemi sanitari locali e non di mettere in atto un programma, magari ben visibile agli occhi dei donatori e perfettamente funzionanate, ma sempre fine a sè stesso, privo di una sostenibilità dal lato della controparte locale.
Il progetto verticale, chiamiamolo così, è quello che utilizza in gran parte risorse umane espatriate, si occupa di un problema limitato, la malaria, la tubercolosi, ecc., e che interagisce con le autorità locali solo nell' atto di ottenere l'autorizzazione ad operare. Attuare un intervento di questo tipo è più semplice e per questo l'Africa è piena di progetti con queste caratteristiche.
Proprio in questa stessa ottica anche la raccolta dei dati diventa fondamentale al fine di poter attuare un confronto tra prima e dopo l'intervento e di rendere possibile il monitoraggio dei risultati come sistema di valutazione dell'efficacia dell'intera macchina salute.
Comunque non voglio fare una lezione sulla cooperazione sanitaria ma solo un secondo calarvi nel contesto di quello che è successo oggi.
Ero appunto in un centro di salute, Nhaconjo, a fare una revisione delle cartelle cliniche con parallela raccolta dati. Il numero di cartelle è enorme e per tale ragione in queste attività si coinvolge tutto il personale sanitario che lavora nel centro. Si fa una piccola formazione e poi, di solito il Sabato quando il centro è chiuso, si passa all'azione. I vari infermieri, tecnici, farmacisti e ostetriche iniziano a scartabellare con le varie cartelle e a raccogliere dati su moduli da noi preparati. Tali dati sono preziosissimi e permettono di capire, grazie ai dati epidemiologici che da essi si estrapolano e ad indicatori scelti ad hoc, il reale funzionamento di determinati interventi.
Faccio un esempio. Una mamma sieropositiva puo' trasmettere l'HIV al bambino in tre momenti, la gravidanza, il parto e l'allattamento. Per tutti questi tre momenti c'è, oggi, un modo di ridurre la possibilità di infezione. In gravidanza si prendono dei farmaci per ridurre la carica virale, nel momento del parto si fa il cesareo ed una breve profilassi al bambino e l'allattamento materno viene semplicemente sostituito con quello artificiale. In questo modo, in Europa, una madre sieropositiva che mette alla luce un bebè ha una probabiltà bassissima di infettarlo, vicina allo 0. In Africa è chiaramente più complesso ed il problema maggiore è legato all'impossibilità di dare al piccolo solo latte artificiale. Nonostante questo seguendo con i farmaci la madre in gravidanza ed il momento del parto, e garantendo un allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi si è visto che la percentuale di trasmissione verticale si abbassa tantissimo, al 2% circa. Il dato, 2%, viene dato dall'OMS, si riferisce a contesti africani e dovrebbe essere quindi rispettato anche a Beira visto che i programmi di prevenzione della trasmissione verticale dell'HIV sono attivi e funzionanti nel pubblico, dunque senza limiti di accessibilità. Peccato che il dato sia rispettato secondo i dati governativi ma, stando a quello che abbiamo raccolto noi, la percentuale di trasmissione verticale si aggira sul 15%. E' una percentuale altissima se si pensa che la fetta di bambini infettati rappresenta un'intera popolazione di malati alla nascita, evitabile, e che mina pesantemente il futuro della società.
Mi sono un po' perso. Cerco di tornare alla giornata di oggi.
Chiaramente il personale sanitario locale non partecipa a tali momenti perchè crede nell'importanza della raccolta dati, o almeno solo una minimissima parte lo fa per questo motivo. Il vero incentivo è rappresentato dal fatto che viene dato un per diem, un compenso per il lavoro svolto, e viene offerto il pranzo ai partecipanti. Questo crea non pochi problemi. Il primo, parlo solo di questo perchè ha a che fare con quanto è capitato oggi, è che molta gente viene a lavorare solo per ritirare i soldi e poi non lavora ma fa solo finta. E quindi capita spesso che durante le formazioni ci sia un gruppetto che dorme, qualcuno che si infratta ed arriva solo al momento del pagamento ed altre cose simili. Sono episodi assolutamente comprensibili, fisiologici, che sono da mettere in conto quando, in questo contesto, si decide di lavorare in questa maniera.
Ma oggi si è superato il limite. E' arrivato a lavorare, ed io ero il supervisore, un tipo ubriaco che non solo è arrivato in ritardo e non ha fatto nulla ma ha anche disturbato tutti gli altri rendendo più difficile per tutti il lavoro. Io inizialmente gli ho solo chiesto di stare un po' più tranquillo ma poi, quando è arrivato il momento del pagamento, gli ho detto che non lo avrei pagato. Figuratevi, è scoppiato il finimondo, il tipo si è superincazzato e se ne andato bestemmiando ma soprattutto, cosa che non mi aspettavo, mi hanno dato addosso anche tutti gli altri che avevano lavorato. Portavano giustificazioni improbabili del tipo che comunque lui era venuto a lavorare un Sabato e quindi doveva essere pagato. Insomma mi sono inimicato tutto il centro di salute e forse non ne valeva la pena.
Ci sarebbero secondo me tutta una serie di cose da rivedere sul metodo del per diem ma non le dico che credo di avervi già scocciato abbastanza.
lunedì 11 aprile 2011
Tofo
Giovedì scorso sono partito alla volta di Tofo. Qui era festa, Dia da Mulher mozambicana.
Tofo è a 830 km da Beira. Partenza alle 5.30 con le prime luci dell'alba ed arrivo alle 15.00...senza pause se non per fare benzina e cambiare guidatore. Eravamo in tre papabili guidatori ed abbiamo guidato tre ore a testa. Al ritorno io ho guidato per primo e, immancabile, è arrivata la multa per eccesso di velocità (73 Km/h con limite di 60!) che ormai prendo ogni volta che guido fuori dall'Italia e che mina la mia fama di prudente alla guida. (Da notare l'utilizzo di guida e derivati ben 7 volte in 5 righe, il Campiello è dietro l'angolo!!).
In pratica abbiamo percorso tutta la nazionale 1, la colonna vertebrale del Mozambico, da Nord a Sud. E' incredibile che una strada così stretta e piena di buche sia la principale via di comunicazione del paese. Comunque tutto il percorso si snoda in mezzo ad una natura assolutamente incontaminata, si attraversa qualche villaggio di capanne, un paio di paesotti un po' più grandi con mercati coloratissimi. Per ben due volte ci siamo trovati a dover rallentare per la presenza di macachi in mezzo alla strada. Ai lati della strada c'è sempre qualcuno che cammina, o entra o esce improvvisamente dal bush diretto chissà dove. Ai margini della rotabile (tributo al Sani che evita la ripetizione) i bambini vendono le cose più disparate, dal carbone ai mattoni, dai polli ancora vivi, che fanno svolazzare tra le loro mani appena sentono il rumore di un veicolo che si avvicina, all'antilope appena cacciata che penzola dall'albero.
Non vi descrivo il posto ma mi limito a postare le foto (pare Caparezza!).
Tutto era molto più maestoso di quanto non appaia nelle foto, i colori erano molto più accesi e gli spazi enormi. Non c'è una foto che possa descrivere il rumore che fa la sabbia di Tofo quando la si calpesta. Emette il suono di un paio di scarpe nuove sul parquet di una palestra, incredibile!
C'è una foto del mio letto, materasso con zanzariera in veranda. Che pace con i mille rumori della notte e le onde in lontananza. In compenso l'ultima notte le zanzare mi hanno divorato, se non prendo la malaria stavolta non la prendo più!
Metterò più foto, magari dove ci sia pure io, appena gli altri me le passano.
Sarebbe bello fare una settimana di svacco al mare tutti assieme. Gran cucina, serate gintonics, serenità.
Super brava Carlotta che è finita pure lei a Barna, megacomplimenti, alla fine giustizia è fatta. Un complimento anche a noi che l'abbiamo sopportata in certe seratine pre-MIR da brivido.
Ecco, si potrebbe fare una settimana a Formentera così anche la folta schiera di neocatalani ci potrà raggiungere.
En fin. Ecco le foto.
Tofo è a 830 km da Beira. Partenza alle 5.30 con le prime luci dell'alba ed arrivo alle 15.00...senza pause se non per fare benzina e cambiare guidatore. Eravamo in tre papabili guidatori ed abbiamo guidato tre ore a testa. Al ritorno io ho guidato per primo e, immancabile, è arrivata la multa per eccesso di velocità (73 Km/h con limite di 60!) che ormai prendo ogni volta che guido fuori dall'Italia e che mina la mia fama di prudente alla guida. (Da notare l'utilizzo di guida e derivati ben 7 volte in 5 righe, il Campiello è dietro l'angolo!!).
In pratica abbiamo percorso tutta la nazionale 1, la colonna vertebrale del Mozambico, da Nord a Sud. E' incredibile che una strada così stretta e piena di buche sia la principale via di comunicazione del paese. Comunque tutto il percorso si snoda in mezzo ad una natura assolutamente incontaminata, si attraversa qualche villaggio di capanne, un paio di paesotti un po' più grandi con mercati coloratissimi. Per ben due volte ci siamo trovati a dover rallentare per la presenza di macachi in mezzo alla strada. Ai lati della strada c'è sempre qualcuno che cammina, o entra o esce improvvisamente dal bush diretto chissà dove. Ai margini della rotabile (tributo al Sani che evita la ripetizione) i bambini vendono le cose più disparate, dal carbone ai mattoni, dai polli ancora vivi, che fanno svolazzare tra le loro mani appena sentono il rumore di un veicolo che si avvicina, all'antilope appena cacciata che penzola dall'albero.
Non vi descrivo il posto ma mi limito a postare le foto (pare Caparezza!).
Tutto era molto più maestoso di quanto non appaia nelle foto, i colori erano molto più accesi e gli spazi enormi. Non c'è una foto che possa descrivere il rumore che fa la sabbia di Tofo quando la si calpesta. Emette il suono di un paio di scarpe nuove sul parquet di una palestra, incredibile!
C'è una foto del mio letto, materasso con zanzariera in veranda. Che pace con i mille rumori della notte e le onde in lontananza. In compenso l'ultima notte le zanzare mi hanno divorato, se non prendo la malaria stavolta non la prendo più!
Metterò più foto, magari dove ci sia pure io, appena gli altri me le passano.
Sarebbe bello fare una settimana di svacco al mare tutti assieme. Gran cucina, serate gintonics, serenità.
Super brava Carlotta che è finita pure lei a Barna, megacomplimenti, alla fine giustizia è fatta. Un complimento anche a noi che l'abbiamo sopportata in certe seratine pre-MIR da brivido.
Ecco, si potrebbe fare una settimana a Formentera così anche la folta schiera di neocatalani ci potrà raggiungere.
En fin. Ecco le foto.
mercoledì 6 aprile 2011
Mazzacurati + Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Sabato scorso sono arrivati a Beira Carlo Mazzacurati e la sua troupe per girare un documentario sul lavoro che stiamo facendo qui. Mazzacurati è un regista abbastanza famoso, autore di film tipo "la lingua del santo"," la passione", "sei venezia" e "la ragazza del lago". Io non ho visto "sei venezia", che è, come suggerisce il nome, un documentario sulla città lagunare. Lo consiglio comunque a tutti, dev'essere molto interessante. E' la storia di Venezia raccontata attraverso la storia di 6 suoi abitanti, un ex-ladro, un bambino, una cameriera d'albergo, un pittore e poi non ricordo i due che mancano.
Tutto per dirvi di vederlo 'sto docu se avete una sera libera e sennò aspettatemi che lo vediamo insieme (Ange, ovviamente, lo ha già visto!).
Lasciando da parte i consigli cinematografici, torniamo alla visita del regista a Beira. Fin da subito ci dicono che dovranno riprenderci mentre lavoriamo e fin qui nessun problema. Poi aggiungono che dovranno farci delle interviste per infilare dei personaggi, le loro storie, sul documentario. Io, in quanto specializzando, speravo di non dover partecipare a questa parte; invece Lunedì sera scatta il blitz della troupe qui a casa. Arrivano, mi chiedono se sono pronto per fare due chiacchere con il regista ed iniziano ad invadere la mia stanza con luci, microfono, telecamere. Figuratevi l'imbarazzo. In stanza faceva un caldo impressionante, non si poteva accendere la ventola perchè faceva rumore, c'erano sei persone in 20 metri quadrati ed io avevo un'agitazione tale che alla fine dell'intervista, dopo una mezz'oretta in tutto, mi sono ritrovato con la maglia completamente sudata. Comunque, scendendo più nei particolari, mi fanno sedere in una certa posizione sul letto, mi dicono di mettere una maglietta scura e, finiti i pareci, con il Carlo si inizia a fare 'sta chiaccherata che lui porta avanti a suo piacimento. Non vi dico le banalità che ho sparato, ero completamente in palla e le rare volte che dicevo qualcosa di interessante il tipo mi diceva: "Ahn, bella sta cosa che hai detto. Adesso ridilla in modo tale che chi ti ascolta possa capire!". Insomma, una figuraccia.
Le domande che faceva del resto non erano proprio immediate, io avevo bisogno di elaborare le risposte ma ogni secondo che facevo passare in silenzio mi sembrava un secondo di silenzio di fronte ad un prof. che ti interroga e di fronte al quale sei impreparato e me ne uscivo quindi con le cose più scontate.
Questa vicenda dell'intervista mi ha fatto pensare un po'. Io a quelle domande non sapevo rispondere con sicurezza perchè non me le ero mai fatte! Ma non è che vada bene, erano domande intelligenti, e bisogna fare l'esercizio di porsele e dargli risposta. Domande tipo: perchè sei qui, perchè si sceglie di partire e lavorare lontano dagli affetti, qual'è la cosa che più ti impressiona del malato e così via.
In effetti io mi domando poco, mi interrogo poco su faccende emotivamente profonde e comunque in generale legate ai sentimenti. Ange me lo rinfaccia sempre ed ha ragione. Non lo faccio per pigrizia, semplicemente è una cosa che mi costa fatica. Preferisco il fare al pensare. E non va bene.
Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Questa parte vuole solo ricordare la mia pausa caffè di oggi in ospedale. All'una circa si beve un caffè con gli altri medici del reparto per fare una pausa. Oggi ero a bere Nescafè solubile e a mangiare pane e burro con due indiani, Kajal e Amir, una congolese, Belinda, una cubana, Norma ed una tedesca Annette. Un melting-pot di reparto. Si noti che:
- tutti si parlava tranquillamente di cinema holliwoodiano, l'unica che non sapeva nulla, mai visto neanche "il padrino", era la cubana, vittima dell'embargo;
- tutti avevano 1 o 0 (io) divinità alle quali credevano meno gli indiani, di fede induista (in realtà si sono poi tirati in qua dicendo che le loro divinità sono espressione di un unico Dio Supremo, Braham);
- tutti parlavano portoghese, meno la tedesca che crede di saperlo ma non ne viene fuori quando inizia una frase;
- tutti erano stati in Europa meno la congolese passata dal Congo al Mozambico, dalla padella alla brace.
Tutto per dirvi di vederlo 'sto docu se avete una sera libera e sennò aspettatemi che lo vediamo insieme (Ange, ovviamente, lo ha già visto!).
Lasciando da parte i consigli cinematografici, torniamo alla visita del regista a Beira. Fin da subito ci dicono che dovranno riprenderci mentre lavoriamo e fin qui nessun problema. Poi aggiungono che dovranno farci delle interviste per infilare dei personaggi, le loro storie, sul documentario. Io, in quanto specializzando, speravo di non dover partecipare a questa parte; invece Lunedì sera scatta il blitz della troupe qui a casa. Arrivano, mi chiedono se sono pronto per fare due chiacchere con il regista ed iniziano ad invadere la mia stanza con luci, microfono, telecamere. Figuratevi l'imbarazzo. In stanza faceva un caldo impressionante, non si poteva accendere la ventola perchè faceva rumore, c'erano sei persone in 20 metri quadrati ed io avevo un'agitazione tale che alla fine dell'intervista, dopo una mezz'oretta in tutto, mi sono ritrovato con la maglia completamente sudata. Comunque, scendendo più nei particolari, mi fanno sedere in una certa posizione sul letto, mi dicono di mettere una maglietta scura e, finiti i pareci, con il Carlo si inizia a fare 'sta chiaccherata che lui porta avanti a suo piacimento. Non vi dico le banalità che ho sparato, ero completamente in palla e le rare volte che dicevo qualcosa di interessante il tipo mi diceva: "Ahn, bella sta cosa che hai detto. Adesso ridilla in modo tale che chi ti ascolta possa capire!". Insomma, una figuraccia.
Le domande che faceva del resto non erano proprio immediate, io avevo bisogno di elaborare le risposte ma ogni secondo che facevo passare in silenzio mi sembrava un secondo di silenzio di fronte ad un prof. che ti interroga e di fronte al quale sei impreparato e me ne uscivo quindi con le cose più scontate.
Questa vicenda dell'intervista mi ha fatto pensare un po'. Io a quelle domande non sapevo rispondere con sicurezza perchè non me le ero mai fatte! Ma non è che vada bene, erano domande intelligenti, e bisogna fare l'esercizio di porsele e dargli risposta. Domande tipo: perchè sei qui, perchè si sceglie di partire e lavorare lontano dagli affetti, qual'è la cosa che più ti impressiona del malato e così via.
In effetti io mi domando poco, mi interrogo poco su faccende emotivamente profonde e comunque in generale legate ai sentimenti. Ange me lo rinfaccia sempre ed ha ragione. Non lo faccio per pigrizia, semplicemente è una cosa che mi costa fatica. Preferisco il fare al pensare. E non va bene.
| Relitto sulla spiaggia di Beira |
Indiani- Congolese- Cubana- Tedesca
Questa parte vuole solo ricordare la mia pausa caffè di oggi in ospedale. All'una circa si beve un caffè con gli altri medici del reparto per fare una pausa. Oggi ero a bere Nescafè solubile e a mangiare pane e burro con due indiani, Kajal e Amir, una congolese, Belinda, una cubana, Norma ed una tedesca Annette. Un melting-pot di reparto. Si noti che:
- tutti si parlava tranquillamente di cinema holliwoodiano, l'unica che non sapeva nulla, mai visto neanche "il padrino", era la cubana, vittima dell'embargo;
- tutti avevano 1 o 0 (io) divinità alle quali credevano meno gli indiani, di fede induista (in realtà si sono poi tirati in qua dicendo che le loro divinità sono espressione di un unico Dio Supremo, Braham);
- tutti parlavano portoghese, meno la tedesca che crede di saperlo ma non ne viene fuori quando inizia una frase;
- tutti erano stati in Europa meno la congolese passata dal Congo al Mozambico, dalla padella alla brace.
giovedì 31 marzo 2011
Capelli
Si, in effetti come molti hanno notato dalle foto mi sono tagliato i capelli.
Sono tornato a casa dal lavoro Sabato scorso e avevo supercaldo... da un po' pensavo che me li dovevo tagliare e che, per farlo, sarei dovuto andare in uno dei salao de beleza che ci sono qui e che propongono ogni tipo di extension possibile. Ma avrei dovuto trovare il tempo e comunque pagare per farmi tagliare i capelli non mi aggrada e quindi via di macchinetta!
Pensavo che la misura più lunga fosse più lunga!, mi sono detto dopo la prima passata nel pieno centro della testa.
Ma a quel punto ho continuato il lavoro e ne sono uscito come da anni non si vedeva. Credo che l'ultimo taglio così radicale risalga ai tempi dell'Università. Quella volta famosa che la Carlotta non mi ha nemmeno riconosciuto, sbarbato e rasato, ed ha chiesto, indispettita, ad Alice "Che cazzo vuole 'sto qui, non poteva sedersi da n'altra parte!"
Comunque è un'importante profilo...
Sono tornato a casa dal lavoro Sabato scorso e avevo supercaldo... da un po' pensavo che me li dovevo tagliare e che, per farlo, sarei dovuto andare in uno dei salao de beleza che ci sono qui e che propongono ogni tipo di extension possibile. Ma avrei dovuto trovare il tempo e comunque pagare per farmi tagliare i capelli non mi aggrada e quindi via di macchinetta!
Pensavo che la misura più lunga fosse più lunga!, mi sono detto dopo la prima passata nel pieno centro della testa.
Ma a quel punto ho continuato il lavoro e ne sono uscito come da anni non si vedeva. Credo che l'ultimo taglio così radicale risalga ai tempi dell'Università. Quella volta famosa che la Carlotta non mi ha nemmeno riconosciuto, sbarbato e rasato, ed ha chiesto, indispettita, ad Alice "Che cazzo vuole 'sto qui, non poteva sedersi da n'altra parte!"
Comunque è un'importante profilo...
lunedì 28 marzo 2011
Altro Conzertin
Questo Sabato altro concerto in compagnia das maes. Questa volta al bairro Praia Nova.
Volevo portare a casa qualche foto da farvi vedere visto che lo scenario era simile a quello dell'ultima volta. Mille bambini, uno o due pazzi, camion con musica, polvere e in generale allegria. Quindi appena arrivo in bicicletta in compagnia di Antonio (che nel frattempo si beveva un Gin con 38°C e un solacco che ti rabaltava) avvicino Afua e le do la macchina fotografica perchè faccia delle foto. Mentre sono intento a spiegarle come funziona la macchina fotografica sento la gente che inizia a ridere ed il tipo da sopra il camion, il cantante, diciamo così, che inizia a dire Muzungu! Muzungu! che in dialetto sarei io, cioè il bianco. Alzo lo sguardo e capisco che mi volevano sul palco, il mio amico rasta e 'sti altri del complessino. L'intera piazzetta incalzava e così mi ritrovo a ballare con loro sopra il camion.
Torno a casa e guardo le foto che Afua ha fatto. Sono 10, tutte uguali, tutte di me sul palco.
Volevo portare a casa qualche foto da farvi vedere visto che lo scenario era simile a quello dell'ultima volta. Mille bambini, uno o due pazzi, camion con musica, polvere e in generale allegria. Quindi appena arrivo in bicicletta in compagnia di Antonio (che nel frattempo si beveva un Gin con 38°C e un solacco che ti rabaltava) avvicino Afua e le do la macchina fotografica perchè faccia delle foto. Mentre sono intento a spiegarle come funziona la macchina fotografica sento la gente che inizia a ridere ed il tipo da sopra il camion, il cantante, diciamo così, che inizia a dire Muzungu! Muzungu! che in dialetto sarei io, cioè il bianco. Alzo lo sguardo e capisco che mi volevano sul palco, il mio amico rasta e 'sti altri del complessino. L'intera piazzetta incalzava e così mi ritrovo a ballare con loro sopra il camion.
Torno a casa e guardo le foto che Afua ha fatto. Sono 10, tutte uguali, tutte di me sul palco.
| Chiaramente ho ballato come se fosse Ska |
sabato 26 marzo 2011
Nascite
L'avvento di Gabriele ha portato molti al Nido/Patologia Neonatale dell'Ospedale di Padova. Io ho seguito la nascita praticamente in diretta avendo ricevuto non solo notizia della nascita del pupo ma anche quella della rottura della acque di Eva, grazie alle tempestive mail inviate dal Maxim. Inoltre in quei giorni ho sentito su Skype Thea, la specializzanda che si prendeva cura del cucciolo in Patologia Neonatale. Peraltro la migliore pediatra in circolazione nelle Tre Venezie.
Al Nido ci eravamo già stati per Lorenzo e in generale per tutta la cucciolata della Biasio, non mi ricordo quando arriva il terzo?
Da un mese lavoro nel corrispettivo di quel Reparto qui all'Ospedale di Beira. Non è poi così diverso, ci son solo bambini un po' più ammassati, si cambiano i pannolini (qui lavabili per forza) a orario fisso e non quando si caga e i bambini non vengono allattati con il bibe ma con bicchierini di latte che gli vengono letteralemente sbattuti in gola.
Non dappertutto far nascere sano proprio figlio è una cosa scontata. Solo per dire la mortalità infantile (cioè la mortalità nel primo anno di vita) in Italia è di 7 su 1000, credo o giù di lì, qui è di 100 su 1000. I problemi maggiori si hanno con neonati molto piccoli o prematuri che spesso non ce la fanno. Il problema più grande è che non ci sono ventilatori e quindi non si possono intubare i neonati. Compilare o certificado de obito di un neonato è roba quotidiana, assolutamente non straordinaria. E' una cosa detta e ridetta ma fa sempre effetto vedere che ai bambini non viene dato il nome nei primi giorni di vita. Tutti nella culla si chiamano semplicemente inominada/o ed il nome della madre o del padre a seconda che sia maschio o femmina.
Vabbè tutto per dire: ebbravi Eva e Paul!
Al Nido ci eravamo già stati per Lorenzo e in generale per tutta la cucciolata della Biasio, non mi ricordo quando arriva il terzo?
Da un mese lavoro nel corrispettivo di quel Reparto qui all'Ospedale di Beira. Non è poi così diverso, ci son solo bambini un po' più ammassati, si cambiano i pannolini (qui lavabili per forza) a orario fisso e non quando si caga e i bambini non vengono allattati con il bibe ma con bicchierini di latte che gli vengono letteralemente sbattuti in gola.
Non dappertutto far nascere sano proprio figlio è una cosa scontata. Solo per dire la mortalità infantile (cioè la mortalità nel primo anno di vita) in Italia è di 7 su 1000, credo o giù di lì, qui è di 100 su 1000. I problemi maggiori si hanno con neonati molto piccoli o prematuri che spesso non ce la fanno. Il problema più grande è che non ci sono ventilatori e quindi non si possono intubare i neonati. Compilare o certificado de obito di un neonato è roba quotidiana, assolutamente non straordinaria. E' una cosa detta e ridetta ma fa sempre effetto vedere che ai bambini non viene dato il nome nei primi giorni di vita. Tutti nella culla si chiamano semplicemente inominada/o ed il nome della madre o del padre a seconda che sia maschio o femmina.
Vabbè tutto per dire: ebbravi Eva e Paul!
domenica 20 marzo 2011
Mangueira Dois
Ieri faceva molto caldo, splendeva il sole e non pioveva da qualche giorno, c'erano dunque le condizioni per andare a prendere una birra con compagni mozambicani. Partecipano alla spedizione: Afua, Amelia e Teresa, tre delle mamme di Kuplumussana, Pedro, autista del Cuamm e Antonio anche lui che lavora per il Cuamm come guardiano.
Da due settimane si pensava di fare questa uscita. Pronti, via! Appuntamento alle 14 no escritorio. Un po' alla volta mettiamo insieme tutti i componenti della spedizione e sono le 17! Nell'attesa dei vari personaggi chi intanto arriva ne approfitta per fare la doccia qui in coordinamento, c'è infatti il sapone nuovo di un guarda, quindi bisogna approfittarne. Bene. Lavati e profumati ci dirigiamo verso il quartiere più popoloso e popolare di Beira, un po' lontano dal centro, nel mato, ossia nella campagna, la Manga. Per arrivare alla Manga bisogna prendere due chapa, il primo fino in baixa, il centro, ed il secondo di lì alla Manga. Ci dividiamo perchè nei diversi chapa non c'è mai posto per tutti assieme. Finalmente arriviamo. Ci intrufoliamo tra le capanne e le case precarie (precaria è l'espressione che usano per definire le case che non hanno proprio tutti i parametri di abitabilità) e giungiamo ad una piazzetta con vari baretti nel suo perimetro con tavolini fuori. Si chiama Mangueira Dois. E qui scattano le birrette. Beviamo e ce la contiamo e pare di essere ad un aperitivo al bar degli osei. Periodicamente però accade qualcosa che ti riporta alla realtà.
Passa una signora che vende vongole, ne compriamo 2 kg a 30 MT (cioè 50 centesimi) e chiediamo ai tipi del bar se ce le cucinano. Quindi ce le mangiamo.
Passa un tipo che mette lo smalto sulle unghie, Afua si fa colorare le dita delle mani e paga, scopro che il prezzo dipende dal numero di dita che ci si fa pintar.
Improvvisamente da una palmeira ai margini della piazzetta cade un bambinetto, tipo da 5-6 metri, che era andato a raccogliere cocchi. Superspavento ma si rialza e zoppicando se ne va con il suo carico di cocchi, mentro lo vedo allontanarsi ha già venduto la mercanzia.
Passa un tipo che vende uova sode, ottime.
I discorsi fatti riguardano soprattutto le differenze tra Beira e là. Non so perchè ma non mi chiedono mai com'è questo o quello in Europa o in Italia ma sempre dicono là. Ogni volta io rispondo, recidivo, là a onde? e loro, là a onde vive.
Nella notte di ieri la luna era molto vicina alla terra, era la volta che passava più vicina alla terra negli ultimi 18 anni. In effetti era ben grande e superluminosa. Ci siamo chiesti se nelle stelle lontane non viva qualcun altro e abbiamo avanzato ipotesi su come possa essere fatto. Tipo, secondo loro, è per forza con la pelle scura. Poi abbiamo chiarito che è la Terra a girare a torno al sole, cosa che non era chiara a tutti.
Poi abbiamo parlato di obesità, di quando ci si sposa e quanti figli sia opportuno fare, se sia buono o meno il divorzio, del fatto se sia giusto o meno che le donne vadano in giro con abiti succinti e se questo giustifichi il commento degli uomini al loro passaggio (Quest'ultimo discorso evidentemente scaturito dal fatto che era passata una tipa praticamente nuda e Pedro non aveva resistito alla tentazione di commentare).
Ormai è buio ed ora di rientrare a casa. I chapa dopo le 20 sono superpochi e così dobbiamo farci una bella passeggiata tra le strade polverose per raggiungere la prima strada asfaltata. Nel ritorno in chapa due tipi ubriachi si incazzano con Afua e la vogliono picchiare perchè lei le ha risposto male quando loro, barcollanti, le sono andati addosso. Dopo qualche minuto di concitazione i due vengono sbattuti fuori dallo chapa.
Nonostante la mia fama di braccino ho pagato le birre. Sono sicuro che se le sono bevute con molta più serenità.
Per quello che ho visto finora non è una cosa più di tanto comune per gli espatriati uscire con mozambicani. L'enorme distanza culturale si sente molto ma non è un ostacolo alla comunicazione, anzi. La difficoltà che avevo incontrato in Camerun nelle relazioni con le persone locali qui è meno forte e direi che sparisce completamente quando con le persone si crea un minimo legame affettivo.
Da due settimane si pensava di fare questa uscita. Pronti, via! Appuntamento alle 14 no escritorio. Un po' alla volta mettiamo insieme tutti i componenti della spedizione e sono le 17! Nell'attesa dei vari personaggi chi intanto arriva ne approfitta per fare la doccia qui in coordinamento, c'è infatti il sapone nuovo di un guarda, quindi bisogna approfittarne. Bene. Lavati e profumati ci dirigiamo verso il quartiere più popoloso e popolare di Beira, un po' lontano dal centro, nel mato, ossia nella campagna, la Manga. Per arrivare alla Manga bisogna prendere due chapa, il primo fino in baixa, il centro, ed il secondo di lì alla Manga. Ci dividiamo perchè nei diversi chapa non c'è mai posto per tutti assieme. Finalmente arriviamo. Ci intrufoliamo tra le capanne e le case precarie (precaria è l'espressione che usano per definire le case che non hanno proprio tutti i parametri di abitabilità) e giungiamo ad una piazzetta con vari baretti nel suo perimetro con tavolini fuori. Si chiama Mangueira Dois. E qui scattano le birrette. Beviamo e ce la contiamo e pare di essere ad un aperitivo al bar degli osei. Periodicamente però accade qualcosa che ti riporta alla realtà.
Passa una signora che vende vongole, ne compriamo 2 kg a 30 MT (cioè 50 centesimi) e chiediamo ai tipi del bar se ce le cucinano. Quindi ce le mangiamo.
Passa un tipo che mette lo smalto sulle unghie, Afua si fa colorare le dita delle mani e paga, scopro che il prezzo dipende dal numero di dita che ci si fa pintar.
Improvvisamente da una palmeira ai margini della piazzetta cade un bambinetto, tipo da 5-6 metri, che era andato a raccogliere cocchi. Superspavento ma si rialza e zoppicando se ne va con il suo carico di cocchi, mentro lo vedo allontanarsi ha già venduto la mercanzia.
Passa un tipo che vende uova sode, ottime.
I discorsi fatti riguardano soprattutto le differenze tra Beira e là. Non so perchè ma non mi chiedono mai com'è questo o quello in Europa o in Italia ma sempre dicono là. Ogni volta io rispondo, recidivo, là a onde? e loro, là a onde vive.
Nella notte di ieri la luna era molto vicina alla terra, era la volta che passava più vicina alla terra negli ultimi 18 anni. In effetti era ben grande e superluminosa. Ci siamo chiesti se nelle stelle lontane non viva qualcun altro e abbiamo avanzato ipotesi su come possa essere fatto. Tipo, secondo loro, è per forza con la pelle scura. Poi abbiamo chiarito che è la Terra a girare a torno al sole, cosa che non era chiara a tutti.
Poi abbiamo parlato di obesità, di quando ci si sposa e quanti figli sia opportuno fare, se sia buono o meno il divorzio, del fatto se sia giusto o meno che le donne vadano in giro con abiti succinti e se questo giustifichi il commento degli uomini al loro passaggio (Quest'ultimo discorso evidentemente scaturito dal fatto che era passata una tipa praticamente nuda e Pedro non aveva resistito alla tentazione di commentare).
Ormai è buio ed ora di rientrare a casa. I chapa dopo le 20 sono superpochi e così dobbiamo farci una bella passeggiata tra le strade polverose per raggiungere la prima strada asfaltata. Nel ritorno in chapa due tipi ubriachi si incazzano con Afua e la vogliono picchiare perchè lei le ha risposto male quando loro, barcollanti, le sono andati addosso. Dopo qualche minuto di concitazione i due vengono sbattuti fuori dallo chapa.
Nonostante la mia fama di braccino ho pagato le birre. Sono sicuro che se le sono bevute con molta più serenità.
Per quello che ho visto finora non è una cosa più di tanto comune per gli espatriati uscire con mozambicani. L'enorme distanza culturale si sente molto ma non è un ostacolo alla comunicazione, anzi. La difficoltà che avevo incontrato in Camerun nelle relazioni con le persone locali qui è meno forte e direi che sparisce completamente quando con le persone si crea un minimo legame affettivo.
| La fila di chapa per la Manga |
lunedì 14 marzo 2011
Cose da segnarsi.
Come mi ha detto Luca: "Ci sono cose che andrebbero scritte sul diario di viaggio del Mozambico".
Ne cito tre: 1. L'organizzazione di una partita di calcio è difficile non per trovare lo spazio dove farlo, il tempo per farla o il numero di giocatori ma per trovare le scarpe a tutti i giocatori.
2. Trovarsi fuori a bere una birra non è cosa scontata. Dipende se o tempo da para beber. Il tempo deve essere sereno e la temperatura sopra i 30 gradi. Vuol dire che con 28 gradi e un'umidità del 90% non si va. Naaaaada.
3. Durante una conferenza sulla salute materno infantile a cui partecipano i massimi esperti mozambicani, i rappresentati di tutte le regioni del Paese, in un posto super-chic, tutti elegantissimi, puo' essere che al termine degli interventi si inizi a cantare un bance con tanto di movimento di mani a mimare la pioggia, il tuono e le foglie. Perchè? Risposta: fare solo un applauso è molto impersonale, questo tipo di ringraziamento è più caldo.
Ne cito tre: 1. L'organizzazione di una partita di calcio è difficile non per trovare lo spazio dove farlo, il tempo per farla o il numero di giocatori ma per trovare le scarpe a tutti i giocatori.
2. Trovarsi fuori a bere una birra non è cosa scontata. Dipende se o tempo da para beber. Il tempo deve essere sereno e la temperatura sopra i 30 gradi. Vuol dire che con 28 gradi e un'umidità del 90% non si va. Naaaaada.
3. Durante una conferenza sulla salute materno infantile a cui partecipano i massimi esperti mozambicani, i rappresentati di tutte le regioni del Paese, in un posto super-chic, tutti elegantissimi, puo' essere che al termine degli interventi si inizi a cantare un bance con tanto di movimento di mani a mimare la pioggia, il tuono e le foglie. Perchè? Risposta: fare solo un applauso è molto impersonale, questo tipo di ringraziamento è più caldo.
| Beira vista dalla mashamba cioè dai campi di riso che la circondano. Al tramonto ogni giorno c'è una luce meravigliosa. Il rosa africano lo chiamano. Quello del mal d'Africa dicono. |
domenica 6 marzo 2011
Conzertìn
Kuplumussana è il nome di un’associazione di madri abbandonate sieropositive che appoggia il nostro progetto. Si occupano soprattutto di sensibilizzazione e di fare le cosiddette busquas. In pratica vanno a cercare i bambini che per un motivo o per l’altro, e sono tanti, abbandonano il trattamento o non vengono più alle visite.
A Beira c’è una persona sieropositiva ogni tre; la provincia di Sofala è quella con il maggior tasso di sieropositività in tutto il paese ed uno dei più alti di tutta l’Africa. Ciò nonostante la malattia resta una forte stigma sociale, fonte di grande discriminazione. E’ dunque piuttosto raro che la gente faccia il test per propria volontà e normalmente lo fanno o quando prendono qualche infezione grave oppure, per le donne, quando rimangono incinta. Tutte le donne, infatti, sanno che se durante la gravidanza prendono dei farmaci e se prendono certe accortezze al momento del parto, è molto probabile che loro figlio nasca sano. Per amor materno quindi molte donne fanno il test. Spesso però quando dicono ai loro uomini che apanharon a doença vengono abbondanate e lasciate sole. Una volta che i mariti le abbandonano è chiaro che non diventa facile nascondere il fatto che sono positive, visto che anche il marito lo sbandiera in giro come buona ragione per averle lasciate. Molte, per evitare che ciò accada, prendono di nascosto i farmaci e non dicono niente al marito che intanto continua a passare il virus in giro dato che la fedeltà coniugale è piuttosto precaria. Inoltre non è facile tenere nascosto il fatto che si prendono due pastiglie al giorno e questo porta molto spesso ad una pessima compliance al trattamento e di conseguenza molti bambini nascono positivi.
Le madri di Kuplumussana, abbandonate, discriminate, senza lavoro e con in media uno, due figli a carico, hanno deciso di ribellarsi a questa situazione e di usarla invece a proprio vantaggio. Assolutamente fiere, a testa alta, se ne vanno in giro per la città dicendo a tutti che sono sieropositive. Ma dicendo anche che, siccome predono bene i farmaci perché non devono nascondere nulla a nessuno, sono in perfetta salute. Come i loro figli, che sono negativi visto che loro hanno potuto seguire il trattamento in gravidanza. Questo processo di emancipazione che hanno fatto, le ha rese diverse. Sono donne molto sveglie, molto curiose nei confronti di tutto, libere. Non sono assolutamente relegate alla vita familiare ma invece molto partecipi della vità di comunità.
Ognuna di loro ha una storia che mette i brividi. Quasi tutte erano arrivate ai margini della società, che qui vuol dire star veramente male, non avere una casa, vivere in assoluta povertà, sopravvivendo grazie ai pochi soldi che si possono guadagnare lavorando saltuariamente nelle risaie che sorgono un po’ ovunque nelle periferie della città.
Venendo al conzertìn, ieri as maes organizzavano un concerto di sensibilizzazione e mi avevano invitato. Nonostante fosse sabato io lavoravo e mi ero dato appuntamento con una di loro alle due del pomeriggio. Solo che ho finito di lavorare alle cinque e quindi, quando sono arrivato in bici ai 100 all’ora al loro escritorio, ovviamente erano già tutte uscite e rimaneva solo Teresa, la tesoriera dell’associazione. Teresa non è proprio il tipo da concerto, è proprio per questo che le hanno dato la funzione che ha, è un po’ più adulta delle altre, tipo sui 40 anni, ed ha tutto l’aspetto della siura per bene . Cerco di convincerla ad accompagnarmi al concerto ma nada, mi dice che posso tranquillamente andarci da solo “apanha chapa atè praça sete de setembro e depois vai um poco dentro do bairro, aaaa, eso è muito facil”. No, in quel quartiere non ci potevo entrare da solo e se l’avessi fatto sarei finito perso, derubato e circondato da bambini festanti. Ma ecco che, colpo di culo, passa di là Amelia con il suo pupo, una mamma dell’associazione, che giusto stava andando lì, anche se pure lei non sapeva bene dove fosse. Di corsa, che ormai era tardi, ci avviamo verso la festa. Amelia ferma con un fischio da ultras il primo chapa che passa a tiro. Il momento in cui le madri si siedono dentro lo chapa è spettacolare. Innanzitutto, lo chapa è il mezzo di trasporto principale in Mozambico, un furgoncino scassato nel quale caricano un numero sempre esagerato di persone. Comunque le donne entrano col bambino sulla schiena dal portellone a scorrimento laterale. Il bambino per pochi millimetri non stampa il cranio sullo stipite in alto. Poi, secondo passo, tra gli spintoni della gente, si siedono, si lanciano sul sedile e tu dici “cazzo adesso lo schiaccia, il bocia”, invece un secondo prima di appoggiarsi sul sedile con un giro di kapulana il bambino finisce davanti alla madre tra le sue braccia. Il tutto, ovviamente, senza emettere un vagito.
Tooooooootal, che arriviamo ai margini di ‘sto quartiere –sexto bairro- e li ci aspetta un’altra das maes, Manica, pure lei con il suo bebè in spalla. Ci addentriamo tra le baracche, alcune di lamiera altre in legno, altre in cartone, per vicoli superstretti. Fango, pozze d’acqua, galline, cani. Passiamo per un piccolo mercato di frutta e verdura ed infine arriviamo ad una piazza (più spiazzo che piazza) dove su un camion sta suonando un piccolo complesso. La prima domanda che mi faccio è “da dove cazzo è entrato il camion?”. Comunque presto mi dimentico della questione vedendo che il mio arrivo non è stato proprio così discreto. La banda per un secondo si ferma di suonare per guardarmi ed il centinaio di persone che c’erano, mi guardano e ridono tra loro. Io vengo preso in consegna dalle madri che contente mi spiegano un po’ di cose sull’organizzazione dell’evento e chiedono spiegazioni sul mio ritardo. Quindi mi dedico ad ascoltare il concerto e mi lascio scappare un minimo movimento d’anca, il classico, per non restare proprio fermo impalato, che subito viene notato dalle mamme che iniziano a ballare scatenate dicendo “o doctor daniel baila tambè”. Yes.
Devo dire che non una foto vi avrei risparmiato tutte queste parole e, sapendolo, mi ero portato la macchina fotografica con me, ma non me la sono sentita di tirarla fuori. La prossima volta lo farò, giuro. Ah, sì ad un certo punto, finito il concerto, tutti i bambini li vedo in cerchio a tirare sabbia e fango contro un tipo al centro. Era pure lui un bambino ritardato ed in preda a delle convulsioni. Chiedo se si puo’ fare qualcosa ma mi par di capire che è una cosa piuttosto normale. Amarezza.
Comunque la giornata finisce con ritorno sopra al camion del concerto, lo scambio del numero di telefono con i tipi della band, uno coi rasta che pareva lenny kravitz, un grande temporale che ci lava tutti, poi di nuovo il sole, poi li aiuto a scaricare gli strumenti e mi accompagnano a casa, sempre sul cassone del camion.
lunedì 28 febbraio 2011
Bye Bye
Oggi ho salutato Giada che è stata mia coinquilina per questo primo mese ed è ripartita per l'Italia. Devo dire che adesso mi sentirò sicuramente un po' più solo. Giada è molto simpatica. Ma la cosa che più mi mancherà di lei è il fatto che era una persona normale. Senza tante sovrastrutture ad incasinarle pensieri e comportamenti. Questa ho imparato essere una caratteristica molto rara a Beira dove la maggior parte degli espatriati sono personaggi super particolari. Con lei si poteva fare un discorso normale, ti lasciava parlare, ascoltando, e pure lei parlava ma non ininterrottamente. E' stata lei che mi ha portato per la prima volta al forno indigo, con lei ho preso il primo chapa ed ho fatto il primo giro al maquinino. Tutte tappe fondamentali di vita beirense.
Ma oggi è stato un doppio giorno di despedida. Anche se questa seconda suona più come un'addio. In ospedale infatti ho salutato Doctora Nadia. Doctora Nadia non è che la chiami io così perchè sono in confidenza. Qui infatti tutti i medici vengono chiamati solo per nome. Cioè io in ospedale sono, per tutti, Doctor Daniel. Comunque Doctora Nadia è una ragazza di 26 anni neolaureata che mi ha aiutato all'inizio in ospedale soprattutto nel capirci qualcosa con le malarie delle quali io sapevo ben poco. Lei si è laureata a Dicembre e, dopo appena due mesi, il governo la manda a lavorare in un ospedale rurale di una provincia in campagna. Lei diventerà tra pochi giorni direttore clinico di un distretto di qualche decina di miglaia di persone. In effetti sarebbe come se io fossi già direttore dell'ospedale di Rovigo. Questo è dovuto al fatto che di medici mozambicani fino a dieci anni fa non ce ne erano perchè a causa della guerra l'università si era fermata. Episodio divertente con Nadia. Il primo giorno di reparto dovevo scrivere in una consulenza la parola esquerdo, sinistro. Beh, non sapevo se si scrivesse con la q e quindi le chiesi: "Tenho que escribir con q", pronunciando q come in Italia cioè cu. La Nadia mi scoppia a ridere, chiama le infermiere e le racconta l'accaduto e tutte insieme ridono sguaiatamente. Come solo qui ridono, senza freni,sguiatamente. Il fatto è che cu qui sta per culo, in pratica le ho chiesto "devo scrivere col culo?". Figuron!
Ma oggi è stato un doppio giorno di despedida. Anche se questa seconda suona più come un'addio. In ospedale infatti ho salutato Doctora Nadia. Doctora Nadia non è che la chiami io così perchè sono in confidenza. Qui infatti tutti i medici vengono chiamati solo per nome. Cioè io in ospedale sono, per tutti, Doctor Daniel. Comunque Doctora Nadia è una ragazza di 26 anni neolaureata che mi ha aiutato all'inizio in ospedale soprattutto nel capirci qualcosa con le malarie delle quali io sapevo ben poco. Lei si è laureata a Dicembre e, dopo appena due mesi, il governo la manda a lavorare in un ospedale rurale di una provincia in campagna. Lei diventerà tra pochi giorni direttore clinico di un distretto di qualche decina di miglaia di persone. In effetti sarebbe come se io fossi già direttore dell'ospedale di Rovigo. Questo è dovuto al fatto che di medici mozambicani fino a dieci anni fa non ce ne erano perchè a causa della guerra l'università si era fermata. Episodio divertente con Nadia. Il primo giorno di reparto dovevo scrivere in una consulenza la parola esquerdo, sinistro. Beh, non sapevo se si scrivesse con la q e quindi le chiesi: "Tenho que escribir con q", pronunciando q come in Italia cioè cu. La Nadia mi scoppia a ridere, chiama le infermiere e le racconta l'accaduto e tutte insieme ridono sguaiatamente. Come solo qui ridono, senza freni,sguiatamente. Il fatto è che cu qui sta per culo, in pratica le ho chiesto "devo scrivere col culo?". Figuron!
mercoledì 23 febbraio 2011
jolindo
La vicenda inizia lo scorso Venerdì attorno alle tre del pomeriggio. Sto finendo le visite nel piccolo ambulatorio del distretto di Munhava, mancano due o tre pazienti. Come spesso succede entra una tecnica di medicina e mi dice che è arrivato un bambino che sta molto male, se per favore posso vederlo.
Yes, pa' dentro. E così conosco jolindo, un anno e mezzo. Quando chiedo alla mamma cosa succede mi dice: "Està com tosse". Quindi chiedo di levarselo dalla schiena e di metterlo sul lettino. Si sgancia il pupi dalla kapulana e lo mette sul lettino. Lo vedo, sudato, sonnolento che respira con le orecchie. Appoggio il fonendo sulla schiena: nel polmone destro non entra un filo di aria, in quello di sinistra bronchi chiusi...chiedo alla mamma da quanto respira così e lei dice, serafica, che lleva ja un tempo asì. La situazione è grave, il bambino deve essere trasferito in ospedale centrale dove per lo meno hanno la possibilità di fare i raggi e dare un po' di ossigeno. Io corro alla farmacia a vedere se recupero un aerosol per migliorare un po' la situazione ma il tipo della farmacia mi dice "sheee...no temos bombas para aerosol"...provo a mettere un'agocannula al jolindo per iniziare intanto ad idratarlo ma niente non ce la faccio...uff...maledetta poca manualità italiana. Lui, mentre lo pungo e ripungo, non emette un lamento. Preparo il più veloce possibile le carte per il trasferimento in ospedale e lo porto al posto di attesa dell'ambulanza; lo lascio lì con l'infermiera e dico di aspettare l'ambulanza che sarebbe arivata a minuti così intanto avrei finito le altre visite. Ogni centro di salute ha un'ambulanza che funziona solo di giorno e che trasporta i malati più gravi all'ospedale. Sapevo che sarebbe arrivata prima la macchina per riportare me a casa e quindi torno dalla mamma e le dico che sarebbe venuta con me.
Di lì a venti minuti arriva la nostra auto e vado a prendere il Jolindo; entro nell'ampio salone dove mi stava aspettando, oramai vuoto visto l'orario, e non lo trovo. Dove cazzo sono andati? Chiedo all'infermiera che mi dice che l'ha visto uscire. Ma come uscire? Dovevamo andare in Ospedale, era grave! Chiedo ad un medico che era lì e mi dice che, a suo parere, la madre è andata dal curandeiro o dal marito per avvisare che il bambino andava in ospedale. Torno dall'infermiera e le chiedo se sapeva dove abitava sta creatura e lei dice "sheee, a casa de ela è muito longe".
Salgo in macchina e torno a casa, in amarezza.
In tutta la faccenda io ero l'unico minimamente agitato. La madre era imbronciata, sicuramente preoccupata ma comunque incredibilmente calma. L'infermiera addirittura lascia uscire la madre senza provare a fermarla.
La vicenda finisce poi oggi. Durante uma ronda con gli studenti arriviamo ad un letto per discutere di un caso e vedo che dal letto a fianco una mamma mi saluta. Lì per lì non la riconosco ma poi guardo il bambino dietro la maschera per l'ossigeno e vedo Jolindo. Ha un tubo in un polmone dal quale, mi dice il medico che lo segue, hanno tirato fuori un litro e mezzo di pus. Su dieci kg di bambino.
Mi fermo a parlare con la mamma e le chiedo perchè mai se ne fosse andata. Doveva avvisare il marito altrimenti poi non avrebbe saputo come fare, avendo il cellulare ma non i soldi per ricaricare. E' riuscita ad andare ad avvisarlo e a tornare a prendere l'ambulanza quello stesso pomeriggio.
Già che c'è e che ha acquisito una certa confidenza mi espone un problema pratico. In ospedale danno poco da mangiare al jolindo e soprattutto poco latte. Lei non ha i soldi per portarglielo, non è che potevo comprargli un pacote de leite? Le dico che va bene che sarei tornato nel pomeriggio col latte.
Ho preferito tornare il pomeriggio perchè mi vergognavo a darle il latte davanti agli altri medici, è una cosa che loro non farebbero mai.
Così sto pomeriggio torno, le do il latte, faccio due chiacchere ancora, e me ne esco nascostamente quando sento che dalla porta alle mie spalle mi gridano "boa tarde, doctor". Mizzica, un gruppeto di cinque studenti era nella stanza a fianco ed aveva assistito a tutta la scena. Se la ridevano.
Yes, pa' dentro. E così conosco jolindo, un anno e mezzo. Quando chiedo alla mamma cosa succede mi dice: "Està com tosse". Quindi chiedo di levarselo dalla schiena e di metterlo sul lettino. Si sgancia il pupi dalla kapulana e lo mette sul lettino. Lo vedo, sudato, sonnolento che respira con le orecchie. Appoggio il fonendo sulla schiena: nel polmone destro non entra un filo di aria, in quello di sinistra bronchi chiusi...chiedo alla mamma da quanto respira così e lei dice, serafica, che lleva ja un tempo asì. La situazione è grave, il bambino deve essere trasferito in ospedale centrale dove per lo meno hanno la possibilità di fare i raggi e dare un po' di ossigeno. Io corro alla farmacia a vedere se recupero un aerosol per migliorare un po' la situazione ma il tipo della farmacia mi dice "sheee...no temos bombas para aerosol"...provo a mettere un'agocannula al jolindo per iniziare intanto ad idratarlo ma niente non ce la faccio...uff...maledetta poca manualità italiana. Lui, mentre lo pungo e ripungo, non emette un lamento. Preparo il più veloce possibile le carte per il trasferimento in ospedale e lo porto al posto di attesa dell'ambulanza; lo lascio lì con l'infermiera e dico di aspettare l'ambulanza che sarebbe arivata a minuti così intanto avrei finito le altre visite. Ogni centro di salute ha un'ambulanza che funziona solo di giorno e che trasporta i malati più gravi all'ospedale. Sapevo che sarebbe arrivata prima la macchina per riportare me a casa e quindi torno dalla mamma e le dico che sarebbe venuta con me.
Di lì a venti minuti arriva la nostra auto e vado a prendere il Jolindo; entro nell'ampio salone dove mi stava aspettando, oramai vuoto visto l'orario, e non lo trovo. Dove cazzo sono andati? Chiedo all'infermiera che mi dice che l'ha visto uscire. Ma come uscire? Dovevamo andare in Ospedale, era grave! Chiedo ad un medico che era lì e mi dice che, a suo parere, la madre è andata dal curandeiro o dal marito per avvisare che il bambino andava in ospedale. Torno dall'infermiera e le chiedo se sapeva dove abitava sta creatura e lei dice "sheee, a casa de ela è muito longe".
Salgo in macchina e torno a casa, in amarezza.
In tutta la faccenda io ero l'unico minimamente agitato. La madre era imbronciata, sicuramente preoccupata ma comunque incredibilmente calma. L'infermiera addirittura lascia uscire la madre senza provare a fermarla.
La vicenda finisce poi oggi. Durante uma ronda con gli studenti arriviamo ad un letto per discutere di un caso e vedo che dal letto a fianco una mamma mi saluta. Lì per lì non la riconosco ma poi guardo il bambino dietro la maschera per l'ossigeno e vedo Jolindo. Ha un tubo in un polmone dal quale, mi dice il medico che lo segue, hanno tirato fuori un litro e mezzo di pus. Su dieci kg di bambino.
Mi fermo a parlare con la mamma e le chiedo perchè mai se ne fosse andata. Doveva avvisare il marito altrimenti poi non avrebbe saputo come fare, avendo il cellulare ma non i soldi per ricaricare. E' riuscita ad andare ad avvisarlo e a tornare a prendere l'ambulanza quello stesso pomeriggio.
Già che c'è e che ha acquisito una certa confidenza mi espone un problema pratico. In ospedale danno poco da mangiare al jolindo e soprattutto poco latte. Lei non ha i soldi per portarglielo, non è che potevo comprargli un pacote de leite? Le dico che va bene che sarei tornato nel pomeriggio col latte.
Ho preferito tornare il pomeriggio perchè mi vergognavo a darle il latte davanti agli altri medici, è una cosa che loro non farebbero mai.
Così sto pomeriggio torno, le do il latte, faccio due chiacchere ancora, e me ne esco nascostamente quando sento che dalla porta alle mie spalle mi gridano "boa tarde, doctor". Mizzica, un gruppeto di cinque studenti era nella stanza a fianco ed aveva assistito a tutta la scena. Se la ridevano.
venerdì 18 febbraio 2011
Trabalho
La mia attività lavorativa in quel di Beira è distinta in due grandi capitoli.
Tre giorni la settimana ed il Sabato mattina lavoro all'interno di un progetto messo in atto da Cuamm ma finanziato da Unicef che si occupa di trattamento di bambini HIV+ e della prevenzione della trasmissione verticale della malattia (cioè tra madre e figlio).
I due giorni che restano della settimana, cioè segunda feira e quarta feira (Lunedì e Mercoledì), vado a lavorare nel Reparto di Pediatria dell'Ospedale Centrale di Beira.
Il progetto Unicef viene fatto nei centri di salute dei vari quartieri periferici della città. L'idea di base è quella di appoggiare il personale sanitario locale affinchè raggiunga un'autonomia nella gestione del trattamento antiretrovirale (TARV) pediatrico. I Centros do Saude dove il progetto si svolge sono cinque ma io lavoro solamente in tre di questi che sono Munhava, Nhaconjo e Macurunjo. In pratica per quel che mi riguarda io arrivo e faccio un ambulatorio dedicato a bambini tutti sieropositivi. Le mamme quando arrivo alla consulta alle 8.30 di mattina sono sempre già tutte lì. Le prime volte che andavo faceva un certo effetto vedere questa quarantina di mamme con i loro bambini che se ne stavano sdraiate per terra sulle loro Kapulane variopinte, molte a dormire. Un bordello che non vi dico. Una cosa che fanno speso mentre aspettano è il bucato. Spogliano i bebè e mettono i vestiti a lavare sotto il rubinetto dell'acqua del giardino esterno e poi stendono i vestitini sull'erba. Così tutte le mattine fuori, quando mi affaccio alla finestra dell'ambulario, a contrastare il verde acceso dell'erba c'è una fila colorata di capi di abbigliamento...muito lindo! Prima di entrare tutti i bambini vengono pesati, misurati e viene fatto un semplice indice di nutrizione che è il rapporto tra altezza e peso. Questo semplice dato è molto utile ma non è facile che arrivi giusto sulla cartella clinica e molte volte lo devo ricontrollare: bambini belli come il sole arrivano con indice da malnutrizione grave e viceversa. In effetti la bilancia è un gancio appeso al ramo di un albero al quale viene imbragato il pupo...non il massimo della precisione soprattutto per pesi piccoli dove un errore di pochi etti già fa cambiare di molto le cose.
Ogni visita è poi una sopresa. Infatti oltre ai bambini HIV positivi entrano nella consulta anche altri semplicemente perchè stanno male. E quando uno qui sta male, sta male sul serio, c'è da tremare. In generale bisogna spostare il concetto di malattia ben oltre quello a cui siamo abituati. Una mamma se decide di non andare al mato a lavorare e di portare il bambino dal medico è perchè questo sta davvero male, non sto qui a farvi degli esempi ma qui la malattia è malattia, non la devi intuire o addirittura inventare, come succede molte volte in Italia, ce l'hai sotto gli occhi, la puoi vedere e toccare.
La grande difficoltà con i bambini sieropositivi sta nel far sì che siano aderenti al trattamento. Spesso infatti saltano gli appuntamenti, non vanno a prendere i medicinali in farmacia, danno gli antiretrovirali in modo discontinuo. Hanno, comunque, tutte le ragioni per avere dei problemi nella gestione della malattia. Quando il problema principale è quello di sfamare tuo figlio, di poterlo vestire e mandare a scuola, l'importanza della somministrazione ad orario fisso di compresse di antiretrovirale per una malattia che abbassa le difese immunitarie diventa relativa. In effetti spesso mi arrabbio a vedere tornare sempre lo stesso bambino con superinfezioni, che ogni volta se la cava per miracolo, e che se facesse bene il trattamento per l'HIV starebbe meglio. Mi fa arrabbiare ma capisco.
Tre giorni la settimana ed il Sabato mattina lavoro all'interno di un progetto messo in atto da Cuamm ma finanziato da Unicef che si occupa di trattamento di bambini HIV+ e della prevenzione della trasmissione verticale della malattia (cioè tra madre e figlio).
I due giorni che restano della settimana, cioè segunda feira e quarta feira (Lunedì e Mercoledì), vado a lavorare nel Reparto di Pediatria dell'Ospedale Centrale di Beira.
Il progetto Unicef viene fatto nei centri di salute dei vari quartieri periferici della città. L'idea di base è quella di appoggiare il personale sanitario locale affinchè raggiunga un'autonomia nella gestione del trattamento antiretrovirale (TARV) pediatrico. I Centros do Saude dove il progetto si svolge sono cinque ma io lavoro solamente in tre di questi che sono Munhava, Nhaconjo e Macurunjo. In pratica per quel che mi riguarda io arrivo e faccio un ambulatorio dedicato a bambini tutti sieropositivi. Le mamme quando arrivo alla consulta alle 8.30 di mattina sono sempre già tutte lì. Le prime volte che andavo faceva un certo effetto vedere questa quarantina di mamme con i loro bambini che se ne stavano sdraiate per terra sulle loro Kapulane variopinte, molte a dormire. Un bordello che non vi dico. Una cosa che fanno speso mentre aspettano è il bucato. Spogliano i bebè e mettono i vestiti a lavare sotto il rubinetto dell'acqua del giardino esterno e poi stendono i vestitini sull'erba. Così tutte le mattine fuori, quando mi affaccio alla finestra dell'ambulario, a contrastare il verde acceso dell'erba c'è una fila colorata di capi di abbigliamento...muito lindo! Prima di entrare tutti i bambini vengono pesati, misurati e viene fatto un semplice indice di nutrizione che è il rapporto tra altezza e peso. Questo semplice dato è molto utile ma non è facile che arrivi giusto sulla cartella clinica e molte volte lo devo ricontrollare: bambini belli come il sole arrivano con indice da malnutrizione grave e viceversa. In effetti la bilancia è un gancio appeso al ramo di un albero al quale viene imbragato il pupo...non il massimo della precisione soprattutto per pesi piccoli dove un errore di pochi etti già fa cambiare di molto le cose.
Ogni visita è poi una sopresa. Infatti oltre ai bambini HIV positivi entrano nella consulta anche altri semplicemente perchè stanno male. E quando uno qui sta male, sta male sul serio, c'è da tremare. In generale bisogna spostare il concetto di malattia ben oltre quello a cui siamo abituati. Una mamma se decide di non andare al mato a lavorare e di portare il bambino dal medico è perchè questo sta davvero male, non sto qui a farvi degli esempi ma qui la malattia è malattia, non la devi intuire o addirittura inventare, come succede molte volte in Italia, ce l'hai sotto gli occhi, la puoi vedere e toccare.
La grande difficoltà con i bambini sieropositivi sta nel far sì che siano aderenti al trattamento. Spesso infatti saltano gli appuntamenti, non vanno a prendere i medicinali in farmacia, danno gli antiretrovirali in modo discontinuo. Hanno, comunque, tutte le ragioni per avere dei problemi nella gestione della malattia. Quando il problema principale è quello di sfamare tuo figlio, di poterlo vestire e mandare a scuola, l'importanza della somministrazione ad orario fisso di compresse di antiretrovirale per una malattia che abbassa le difese immunitarie diventa relativa. In effetti spesso mi arrabbio a vedere tornare sempre lo stesso bambino con superinfezioni, che ogni volta se la cava per miracolo, e che se facesse bene il trattamento per l'HIV starebbe meglio. Mi fa arrabbiare ma capisco.
martedì 15 febbraio 2011
Escritorio
Vivo in una casa che ha vari nomi. Per me è casa, per altri il coordinamento, per altri l’escritorio, per altri ancora semplicemente il Cuamm.
Infatti questo è il centro logistico-amministrativo del Cuamm in Mozambico. Al piano terra ci son uffici e la cucina, al primo piano c’è una specie di GuestHouse con tre stanze e due bagni. Adesso due di queste stanze sono occupate, una da me e l’altra da un’altra JPO, Giada. La terza è libera ed a disposizione dei vari ospiti che di volta in volta vengono qui per le missioni.
La casa è molto bella, ha un po' di giardino ed un'ampia stanza comune al piano terra.
Ogni finestra o porta che da sull’esterno è protetta da sbarre. Oltre che dalle sbarre è protetta 24 ore al giorno da “guardas” uno più personaggio dell’altro. A proposito dei “guardas” vi racconterò di più perché meritano ampio spazio e con loro i due cani da guardia, Tuku e Malawi.
Quando la casa si svuota, cioè la notte e nei week-end, gli spazi a disposizione sono enormi ed a volte fa pure un po’ paura. Adesso ho anche visto dove nascondono il proiettore per le conferenze così la sera potrò spararmi i film sulla parete. Ovviamtente film porno stile cinema "Cristallo".
A volte va via la corrente ma è un problema sempre comune a tutto il bairro e nell’arco di qualche ora torna sempre.
Più spesso va via Internet che spesso va anche lontano e se ne sta fuori casa anche per giorni.
Spesso va via anche l’acqua ma basta affacciarsi a qualunque finestra e gridare “liga a bomba, faz favor” che subito torna.
Cagate. lunedì 14 febbraio 2011
Moçambique
“Quando due elefanti lottano è l’erba che soffre”. E’ il titolo di un libro di 400 pagine che tratta di storia dell’Africa Subsahariana concentrandosi in particolare modo sull’Africa Australe.
Il fatto che io l’abbia letto, concludendolo, in 20 giorni vi fa capire quanto ci sia da fare, soprattutto una volta che calano le tenebre, in quel di Beira.
Comunque visto che il libro parla molto anche di storia del Mozambico faccio un brevissimo riassunto così fisso nella memoria quello che ho letto. La storia passata, certo, aiuta a capire il contesto attuale. A chi magari leggerà, importerà na sega e, infatti, potrà fare a meno di leggere.
Attorno al I – II secolo a.C. si erano stabiliti in Mozambico popoli scesi dalla regione dei Grandi Laghi, di lingua Bantu, che vivevano di caccia, raccolta e minime attività di allevamento. A partire dal VIII secolo nelle regioni costiere arrivarono e si stabilirono mercanti prvenienti dalla penisola araba che ben presto, per le loro attività commerciali, misero in comunicazione il Mozambico con tutto il Sud Est asiatico. Gli arabi portarono con loro una prima islamizzazione. Ancora oggi qui una buona fetta della popolazione è musulmana.
A questo punto la storia si intreccia con quella dello Zimbabwe dove a partire dal 1000 si formò un regno molto forte, chiamato Monopotapa dai portoghesi, che doveva la sua ricchezza al commercio d’oro. Ben presto Monopotapa sottomise i gruppi indigeni indipendenti presenti in Mozambico.
Nel 1498 Vasco de Gama circumnaviga il continente africano e sbarca a Ilha de Mozambique. Qui costruisce il primo forte portoghese e ne fa una base di appoggio per i suoi commerci. Nessuno dei commercianti già presenti possedeva una flotta paragonabile a quella portoghese e così senza troppi sforzi i portoghesi soppiantarono i commerci degli arabi e conquistarono le regioni costiere. Ma ben presto arrivò alle orecchie dei portoghesi la voce che a qualche centinaio di km nell’entroterra vi erano riserve di oro e così cominciò la loro avanzata verso il cuore del Regno Monopotapa. In realtà la prima spedizione non ebbe frutto; nonostante il Portogallo avesse inviato forze enormi la spedizione venne bloccata in parte dalle malattie in parte dalla natura ostile. Restava poi un problema sostanziale: il tanto desiderato oro non c’era, o meglio, era presente solo in modeste quantità e la sua estrazione era molto elaborata. Insomma pensavano di essere in Sud America in realtà li g’era in mozambico.
Fatto sta che il miraggio dell’oro aveva richiamato un sacco di avventurieri portoghesi che, dopo razzie e massacri vari, delusi per il mancato ritrovamento dell’oro, decisero di accontentarsi del terreno fertile. Fu così che i Portoghesi si insediarono all’interno del Paese oltre che sulla costa.
Di fatto comunque, fino alla metà del 1800, non vi era un vero e proprio controllo portoghese del Mozambico che veniva lasciato in mano a questi signori. Ma, appunto a partire dalla seconda metà del 1800, il Portogallo si trovò costretto a dimostrare il suo effettivo controllo del territorio. In una conferenza a Berlino infatti si dovevano stabilire i confini delle diverse colonie dei vari Stati Europei; gli Inglesi erano ben presenti in Zimbabwe cosicchè si sarebbero presi anche il Mozambico se questo fosse stato in qualche modo “libero”.
Così i portoghesi si riattivarono e dovettero combattere contro le diverse tribù locali che vivevano per conto loro e contro molti dei signori portoghesi che si erano presi intere aree del Paese ed adesso non volevano certo vedere messa in dubbio la loro autonomia.
L’organizzazione di un vero e proprio Stato coloniale fu dunque difficile e si concluse solo nei primi anni del 1900.
Il Portogallo però, una volta preso il controllo della colonia, si scoprì in bolletta dura e con numerosi problemi politici interni; non riusciva a pagare l’amministrazione dello Stato che quindi venne data in concessione ad inglesi, sudafricani, tedeschi, francesi. Ancora oggi gli interessi economici di tutte queste nazioni sono ben presenti in Mozambico.
Dopo la seconda guerra mondiale in Mozambico si intrecciarono diversi interessi: quelli dei Portoghesi, che credevano in un colonialismo ad oltranza, quelli del Sudafrica, che mirava a difendere il sistema dell’apartheid, e quelli di Sovietici e Statunitensi che se ne sbattevano del Mozambico ma che non volevano che questo finisse nell’orbita dell’uno o dell’altro e quindi finanziavano i gruppi politici a caso purchè limitassero le influenze anti- (comuniste o capitaliste).
I Portoghesi nonostante si dicessero favorevoli ad una integrazione razziale di fatto lasciarono sempre fuori dalla vita culturale e politica la popolazione africana. Così negli anni ’60 si formarono i primi movimenti nazionalistici, per lo più guidati da leader africani che si erano formati in Europa, che si coalizzarono nel Frelimo (Frente Libertaçao do Moçambique). Iniziò una guerra per l’indipendenza che di per sé non sarebbe stata difficile da vincere. I portoghesi, infatti, si trovavano con un bel po’ di casini in patria e gli stessi soldati non credevano a ciò per cui stavano combattendo. In campo vennero però messe forze paramilitari anti-Frelimo pagate da SudAfrica e Zimbabwe. Entrambi, infatti, erano Stati a dirigenza bianca che non vedevano di buon occhio la nascente classe nera per la preoccupazione che le stesse velleità contagiassero le loro maggioranze nere. In particolar modo il Sudafrica apertamente contrastò il Frelimo che del resto altrettanto apertamente appoggiava l’ANC di Mandela.
Così dopo 10 anni di guerra venne raggiunta l’indipendenza. Un 25 Giugno di non so che anno degli anni ’70 (mi pare il 1975). A questo punto il Frelimo è l’unico partito e quindi sale al governo, senza elezioni, e subito svolta su una politica di stampo marxista-leninista. I Comunisti di tutta Europa si infervorarono e mandarono in questi anni aiuti e cooperanti in abbondanza. La politica comunista, con nazionalizzazione dei terreni agricoli e formazione di assemblee locali di governo, si rivela però fallimentare e nasce così un movimento armato, il Renamo, finanziato dagli Stati Uniti e dal SudAfrica. Inizialmente il Renamo non nasceva con un intento politico vero e proprio di alternativa al governo di Frelimo ma solo come un insieme di signori armati con i soldi esteri che facevano per lo più azioni di terrorismo o banditismo. Fu poi il malcontento dovuto agli errori politici del governo a dare un’identità politica vera e propria al Renamo.La guerra civile piegò il paese che già veniva da altri 15 anni di guerra per l’indipendenza. Soltanto dopo numerosi e complicati accordi di pace si mise fine alla guerra. Vennero quindi indette elezioni che furono vinte dal Frelimo che ancora oggi è al governo.
Dal termine della guerra civile sono arrivati in Mozambico una valanga di soldi molti dei quali mascherati da cooperazione ed il Paese si è messo economicamente nelle mani del Fmi. Grazie alle ricette del Fmi si è riusciti ad avere un’ulteriore involuzione economica e sociale.
Negli ultimi dieci anni pare che il Mozambico abbia voltato pagina ed imboccato la sua strada, certo in salita, di pace e sviluppo. Negli ultimi tre anni l’Economist ha messo il Mozambico al quarto posto tra le economie crescenti dei Paesi in via di Sviluppo.
In tutto questo sarebbe secondo me curioso capire dove sarebbe ora il Mozambico se la sua storia l’avesse fatta da solo senza le numerose interferenze dei Paesi più ricchi. E’ peraltro una domanda che si potrebbe facilemente allargare alla storia di quasi tutti i paesi africani.
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